«Il nostro viaggio nel cuore ferito dell’Italia» . I giovani varesini nei luoghi del terremoto
Un viaggio per portare la propria solidarietà e non lasciare da sole le persone che hanno vissuto la tremenda devastazione del terremoto in Centro Italia

«Il nostro viaggio nel cuore ferito dell’Italia» . I giovani varesini nei luoghi del terremoto

Un’esperienza positiva e tremenda allo stesso tempo. Che dà fiducia nella forza dell’umanità

È stato un viaggio nel cuore ferito dell’Italia quello che ho intrapreso assieme ai giovani della comunità “Don Gnocchi”. Siamo andati nelle zone, nei paesi che da quell’infausto 24 agosto hanno passato l’inferno del terremoto e tutte le sue terribili conseguenze.

Siamo partiti martedì 27 dicembre alle 6 del mattino dall’Oratorio di San Carlo, a bordo dei nostri 3 pulmini. Al nostro arrivo siamo stati accolti dal simpaticissimo don Gianluca nel convento di Ripatransone.

Nel piccolo borgo marchigiano abbiamo subito avuto sentore di ciò che il terremoto ha causato nelle comunità colpite: tutte le bellissime chiese del borgo sono infatti state dichiarate inagibili; ho visto lo scoramento negli occhi di don Gianluca mentre ne parlava, il terremoto gli ha portato via quello che era il suo più grande vanto.

Nelle prime ore del nostro viaggio abbiamo visitato il centro di Ripatransone: il museo archeologico comunale è ricolmo di testimonianze di tutte le civiltà che sono passate fra questi colli, dai Piceni ai Longobardi, lasciandovi pezzi della propria cultura. Sono tuttavia gli anfratti, le botteghe, i vicoli (fra cui risalta il più stretto d’Italia) che mi hanno colpito maggiormente. Essi sono testimonianza di quell’Italia che solitamente non viene messa sotto la luce dei riflettori: l’Italia rurale dei borghi e delle campagne, quell’Italia fatta di mattoni rosati e verdi campi che tanto duramente è stata colpita, ma che sta lottando altrettanto duramente per tornare ad essere il cuore pulsante del nostro Paese.

La cena in convento ci è stata servita abbondante e ben cucinata dalle suore. A fine serata ci stringevamo per confrontarci e mettere in comune i pensieri e le emozioni della giornata, passando anche il tempo, a volte, con qualche gioco; c’era un clima che era allo stesso tempo allegro e carico di determinazione per quello che ci apprestavamo a fare. Quello che rende felice e funzionante una comunità come la nostra è la comunanza di intenti e di emozioni, noi tutti volevamo regalare un sorriso a chi ha passato indicibili sofferenze in questi mesi.

Il giorno seguente ci siamo svegliati presto e siamo subito andati a toccare con mano la realtà dei terremotati. Ci siamo divisi in due gruppi. Il mio è andato in un albergo sul litorale abruzzese dove sono ospitate diverse persone che hanno perso la casa a causa del sisma. Tonino e Angelina, una coppia di anziani, si sono subito avvicinati e hanno iniziato a parlare con noi.

Dimostrano una forza d’animo straordinaria, non si sono piegati di un millimetro alla disperazione, hanno una voglia di vivere che è più forte di qualsiasi scossa, ma quando parlano di quegli istanti tremendi, quando descrivono nei particolari suoni e immagini, i loro occhi sono ancora pregni di paura.

Tonino ha girato il mondo, è stato in Libia e nell’Africa Nera. Ha fatto il commerciante per tutto lo stivale, salvo poi approdare ad Arquata, nella sua terra natìa, per godersi i frutti del suo lavoro. Il sisma l’ha colpito all’improvviso, portandogli via tutto, ma non il sorriso e la voglia di scherzare che dimostra con divertenti aneddoti e battute colorate dal suo caratteristico accento marchigiano. La moglie, Angelina, è timida ma sorridente, ci gira attorno salvo poi sedersi con noi nel cerchio che avevamo creato attorno al marito per distribuirci, anch’ella, sorrisi lacrime e testimonianze.

Nel pomeriggio siamo andati a Montemonaco in una grande struttura di accoglienza per i terremotati, abbiamo organizzato per loro una tombola con dei nostri regali in palio, è stato uno dei momenti più toccanti e coinvolgenti del viaggio. Durante la cena abbiamo infatti iniziato a socializzare con le persone ospitate.

In particolare io ero seduto di fianco a Dora, arzilla signora di Pescara Del Tronto che si è detta felicissima di averci lì con lei; scherzava gioiosamente, mi diceva di come volesse vincere la bicicletta, primo e ambito premio della tombola. I momenti successivi sono stati un grande inno alla gioia, non c’era più distinzione fra noi e gli ospiti della struttura, tutti insieme ci siamo abbracciati e abbiamo cantato ogni genere di canzoni, accompagnati dalla chitarra del nostro Andrea. È stato il momento in cui ho visto in maniera limpida e palese che cosa sia lo spirito dell’Uomo e la solidarietà. Abbiamo donato a quelle persone allegria, gioia e loro hanno fatto scoprire a noi stessi la nostra parte più gradita. In quegli istanti sembrava che nulla potesse distruggere la nostra voglia di vita, è parso che le nostre canzoni stonate potessero essere più forti di ogni disgrazia. Ce ne siamo andati stracolmi di bellezza ma con una punta di malinconia per l’addio dato a quelle persone che ormai erano parte della nostra comunità.

Il giorno seguente abbiamo vissuto la parte più dolorosa del viaggio. In mattinata siamo tornati all’albergo della mattina precedente incontrando Nunzio, sopravvissuto di Arquata, il quale ha perso dei parenti sotto le macerie. Ancora oggi si sveglia la notte credendo di essere colpito dal terremoto. Nunzio dice che lo Stato e tutti gli enti territoriali sono stati molto presenti e tempestivi nell’intervento. Tuttavia chiede un aiuto di natura psicologica da parte di un professionista, per aggiustare anche ciò che si è rotto dentro di lui, i crolli che forse fanno più male.

Nel pomeriggio ci siamo recati direttamente nei luoghi colpiti dal sisma. Un’ondata di rabbia e tristezza mi ha investito guardando le macerie di Amatrice. Case squarciate, ribaltate, cumuli di sassi fra i quali risaltano colorati e terribili gli oggetti della vita quotidiana che le persone usavano prima di essere state investite da quella sciagura. Perché tutto questo? Che senso ha? Domande che rimbombavano assordanti nella mia testa e non troveranno mai una risposta. Tuttavia fra il cielo grigio di Amatrice e le sue macerie ho visto un segno di speranza che mi porterò sempre dietro: un tricolore appeso al cancello di una villa rimasta in piedi recava una grossa scritta, “Forza Amatrice”. Quella bandiera mi sembrava brillare di luce propria, la solidarietà non muore mai. L’ultimo giorno è stato occupato, prima del ritorno, dalla Messa celebrata dal nostro don Marco nella bellissima chiesa di Loreto e da una profonda riflessione collettiva fatta sull’esperienza appena vissuta, che, per quanto mi riguarda, avrà bisogno di molto tempo per essere elaborata in tutte le sue sfaccettature. Ciò che mi porto a casa su tutto è una profonda fiducia nell’uomo e nel suo senso di solidarietà, che se sviluppato appieno può essere più forte di ogni cosa.


© RIPRODUZIONE RISERVATA