Prato, il sindaco con il vizio del gol «In campo e fuori si vince di squadra»

Prato, il sindaco con il vizio del gol
«In campo e fuori si vince di squadra»

Michel Andreetti intervista Enrico Prato, ex calciatore di Varese e Milan ed ex primo cittadino di Germignaga

GERMIGNAGA - Enrico Prato, luinese classe 1945, ex sindaco di Germignaga ed ex calciatore professionista di Milan e Varese, nei primi anni settanta è stato capitano e bandiera biancorossa. A quarant’anni da quella gloriosa epopea ci racconta di quegli anni sul campo, dell’esperienza amministrativa e sul calcio varesino di oggi.

Quando è partita la sua carriera dal calciatore, come si è sviluppata?

Ero giovanissimo, durante un torneo serale a Luino mi vide un osservatore del Milan e mi inserì in un provino. Durante la partitella non toccai palla. Nel viaggio di ritorno da Milano a Luino piansi tutto il tempo, avevo 14 anni e sentivo di aver fallito.

Enrico Prato negli anni 70 con la maglia del Varese. Capitano e bandiera biancorossa.

Enrico Prato negli anni 70 con la maglia del Varese. Capitano e bandiera biancorossa.
(Foto by Michel Andreetti)

Ma non era la fine...

I tecnici del Milan invece videro bene e mi richiamarono arretrandomi a centrocampo, andò molto meglio. Entrai nelle giovanili e fui tra quei primi ragazzi che calpestarono il campo di Milanello. Fu un periodo dove potei conoscere e imparare da grandi del calcio come ad esempio Nils Liedholm. Per “farmi le ossa” iniziai ad andare in prestito, Pistoiese, Monza ma quando lo spazio al Milan era poco e desideravo la prima squadra mi resi conto che dovevo andare. Tentare nuove avventure. Arrivò il militare, dovetti affrontare delle scelte personali, poi ebbi anche dei problemi fisici. Poi ci fu il Varese e infine il Lugano.

Il Varese e la serie A. Quali ricordi della maglia biancorossa?

Il Varese è stata la squadra della mia rinascita. Dopo i gravi problemi fisici dell’ultimo anno al Monza mi diagnosticarono la fine della carriera, avevo venticinque anni. Con le cure dottor Ruben Oliva (medico che in seguito seguirà anche il primo Maradona, ndr) tornai più forte di prima. La squadra era giovane e talentuosa, ricordo con piacere il mio ruolo di capitano, le responsabilità e il riuscire a tener insieme il gruppo. Un periodo bello fatto di soddisfazioni e rapporti umani che ricorderò per sempre. Un episodio: avevo necessità di comprare un camion per la nostra ditta e dovevamo rivedere il contratto; durante l’accordo con il presidente Giovanni Borghi richiesi una cifra aggiuntiva. Mi chiese il motivo e spiegai; ci pensò e mi disse “Va bene, poi quando lo compri me lo fai vedere”.

Foto di squadra del Varese anni 70, Prato è il capitano (secondo da destra negli accosciati)

Foto di squadra del Varese anni 70, Prato è il capitano (secondo da destra negli accosciati)
(Foto by Michel Andreetti)

Poi ci fu lo storica promozione in Serie A

Descrivere calcisticamente la salita dalla B alla A del Varese sarebbe lungo, ogni partita è un ricordo. Non dimenticherò mai il gol a Zoff. Eravamo in Coppa Italia, contro la Juve non è mai una partita come tante. Presi palla a centrocampo e m’involai, ricordo di aver saltato Causio e aver lasciato sul posto altre maglie bianconere. Alzai la testa e caricai il tiro, lo esplosi da 30 metri e finì in rete. Zoff fu battuto. Da quella volta ogni volta che ci incontravamo, Zoff mi ricordava quel gran gol.

Come vede oggi la squadra?

La situazione è difficile. Nei novanta minuti non pensi a ciò che ti circonda, ma solo a portare a casa il risultato; i giocatori sono tesi, non riescono a esprimersi come potrebbero. Quello che si vive durante la settimana filtra in campo, anche poco. Spero che il Varese si salvi, se lo meritano tutti, i tifosi soprattutto. Il loro supporto è la forza biancorossa.

Enrico Prato con la maglia biancorossa

Enrico Prato con la maglia biancorossa
(Foto by Michel Andreetti)

Lei detiene il record di 28 rigori consecutivi segnati; ci racconti qualche cosa della sua specialità.

Ricordo la partita che ne feci 4 all’Atalanta: uno nei novanta minuti, uno ai supplementari e due nelle tornate di rigori dopo il pareggio. Un rigore in particolare mi è rimasto impresso, quello contro il Novara, da sempre un campo ostile. Assegnarono il rigore e mi preparai. Pinotti, il portiere, mi conosceva: avevamo giocato insieme ed era mio amico. Durante il posizionamento del pallone per distrarmi mi canticchiava “Chicco, so dove lo tiri”. Presi una rincorsa lunga e dritta come mio solito, arrivato sul dischetto e alzai la testa, a quel punto lo vidi già in tuffo da una parte, allora moderai la forza a rasoterra e la palla entro lentamente in rete.

Il calcio, il lavoro e non solo, l’esperienza amministrativa come sindaco di Germignaga. Come è stata?

Ho dei bei ricordi eccetto l’ultimo anno, fare delle scelte tra tagli e patto di stabilità è stato molto duro. Cosa può dire ai giovani, non solo nell’amministrazione e nella politica ma anche e soprattutto nello sport. Credere in se stessi nei momenti bui, quando si è soli. Ma è fondamentale anche il supporto di ti circonda con consigli e insegnamenti. Essere una squadra in campo, come in Comune è indispensabile per raggiungere dei risultati. La forza del singolo serve soprattutto per risollevarsi dopo la caduta ma è lo sforzo corale alla fine che paga.


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