La quarta rivoluzione vuole parlare la stessa lingua
Univa e Liuc a braccetto nel percorso “Le frontiere dell’innovazione”

La quarta rivoluzione vuole parlare la stessa lingua

fabbrica 4.0 - Alla Liuc il futuro dell’industria. Santini (BTicino): «L’interoperabilità chiave dell’efficienza»

CASTELLANZA - Alla Liuc si studia la Fabbrica 4.0: «Sarà intelligente» rivela Luca Mari, direttore del laboratorio Smartup. «Serve un linguaggio comune» la testimonianza di Bticino-Legrand.La prima tappa del percorso “Le frontiere dell’innovazione”, proposto dall’Unione degli Industriali di Varese nell’università delle imprese, la Liuc, indaga sul futuro della “Fabbrica 4.0”, cercando di andare alla sostanza e oltre l’effetto moda che quella che viene definita come la «quarta rivoluzione industriale» rischia di subire. «Un filone da studiare in modo profondo e rigoroso» spiega il rettore Federico Visconti , che annuncia l’idea di «avviare un progetto di ricerca per formalizzare la conoscenza su questi temi».

Evoluzione biologica

Perché è vero che il “digital manufacturing” e tutto quanto rientra sotto l’etichetta di “manifattura 4.0” appare come il futuro per un settore che rappresenta ancora la spina dorsale del nostro tessuto economico («Il governo se ne sta occupando con un certo ritardo, noi ci stiamo lavorando sulla progettualità concreta con le imprese» sottolinea Marco De Battista, di Univa), ma è lo stesso Luca Mari, direttore del laboratorio di fabbricazione digitale della Liuc, a fare l’avvocato del diavolo, ammettendo che «non è così ovvio che sia una rivoluzione» e ricordando che «per la prima volta si annuncia una rivoluzione prima che avvenga». Sia chiaro, Mari non ha dubbi sulla portata del cambiamento in atto, tanto da teorizzare che «l’industria 4.0 è un catalizzatore che sposta nel mondo degli oggetti l’evoluzione biologica che l’uomo ha compiuto in milioni di anni».

Intelligenza delle cose

Nel nuovo paradigma infatti, i sistemi di produzione sono «sempre più connessi, accessibili e individuati, ovvero interoperabili, capaci di elaborazione e memorizzazione, dotati di una loro identità. In una parola, intelligenti». Quello di cui tratta sono «smart objects, oggetti intelligenti, interoperabili, modulari, decentralizzati, dinamici, virtualizzati - spiega il professor Mari - è il nuovo abc, in un contesto di connettività diffusa che rende possibili ma anche efficienti strutture collaborative in cui tornano ad essere al centro delle persone». In fondo, forse, la vera rivoluzione è questa: «Intelligenza degli oggetti, sì, ma anche nuova intelligenza delle persone». Per Ernesto Santini, responsabile innovazione di Bticino-gruppo Legrand, la chiave è «l’interoperabilità, un linguaggio comune». Una sorta di “esperanto” che metta in comunicazione le tecnologie, in un mondo che, stima Cisco («ma saranno molti di più» secondo Santini), nel 2020 avrà 50 miliardi di oggetti connessi .


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