Il Campo dei Fiori che brucia è un dolore straniero. Alle stelle Varese ha chiesto di salvare se stessa

Il Campo dei Fiori che brucia è un dolore straniero. Alle stelle Varese ha chiesto di salvare se stessa

Il commento di Fabio Gandini

Un giorno e una notte alla finestra con il naso all’insù, come una mamma preoccupata che attende il ritorno del figlio. Un giorno e una notte di sirene a squarciare un silenzio metabolizzato in anni di quotidianità sovrapposta, di luci blu a drizzare la pelle con il loro richiamo all’urgenza, di bianco (del fumo) e di rosso (del fuoco), colori estranei a un paesaggio colorato di un verde talmente preponderante da sembrare intoccabile.

Non è solo la banale paura ad aver destato Varese e i varesini dal loro torpore nel dramma che ha colpito la natura del Campo dei Fiori: di più ha fatto il disagio e l’inaccettabile repulsione davanti a un simbolo colpito e indifeso, quasi come se a essere violata fosse la dimora di un’intera vita o il pezzo più delicato del proprio io.

Il Campo dei Fiori che brucia è un dolore sordo ma soprattutto straniero. Per tutti. Per chi ogni giorno brama questo luogo come rifugio di tranquillità, sport e pace dell’anima. Per chi ogni giorno lo ama dell’amore che si prova davanti a un’opera d’arte, in grado di riempire al semplice sguardo. Per chi ogni giorno lo lascia lì, lì su dove sta, perché non servono tante parole e nemmeno tante attenzioni: lui c’è, c’è sempre, come il caffè del mattino, come i regali a Natale, come il compagno di banco a scuola.

Un giorno e una notte – notte di soccorsi, notte di coperte sulle spalle per chi è dovuto fuggire da casa, notte di vigili del fuoco che alla fatica rispondono con un sorriso, notte di giornalisti che rimbalzano sulla montagna in cerca di notizie, notte di fiamme in lontananza, notte di prefetti buttati giù dal letto dallo spirito di servizio, notte di un’uguaglianza che solo il lavoro contro il tempo sa disegnare, notte di apprensioni, di emozioni, di lacrime nascoste – durante i quali Varese ha chiesto solo una cosa alla segrete stanze della propria intimità e alle stelle comparse poi nel cielo: di salvare se stessa.

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