Il nostro Paese non vuole cambiare. E nemmeno la nostra Varese
Ggiardini di Varese Palazzo Estense vista aerea (Foto by Varese Press)

Il nostro Paese non vuole cambiare. E nemmeno la nostra Varese

L’editoriale di Marco Tavazzi

Le parole sono sempre più veloci dei fatti.

È bene saperlo, infilarselo nella mente e mettersi il cuore in pace. Perché chiunque prometta grandi rivoluzioni e un cambio subitaneo dell’azione amministrativa, porterà per forza di cose ad una delusione. Non certo perché manchino i buoni propositi e la volontà. Ma per il semplice fatto che l’Italia è uno dei Paesi più “conservatori” e immobili che esistano.

Il Paese delle lamentele sotto forma di chiacchiere da bar, e della scarsa voglia di reale cambiamento nel momento in cui ognuno di noi sia chiamato a prenderne parte. Ne sono un chiaro esempio gli esiti dei due referendum costituzionali del 2006 e del 2016, proposti rispettivamente da centrodestra e centrosinistra, e sonoramente battuti dalla maggioranza dei cittadini.

I dibattiti attorno alle modifiche della Costituzione, in entrambi i casi, dal momento che li ho vissuti tutti e due come giornalista, sono stati “inquinati” dalla demagogia e dal populismo, di entrambi gli schieramenti, senza entrare veramente e in maniera esaustiva su quelle che erano le proposte concrete messe sul tavolo. Cosa c’entra questo con Varese e le attuali polemiche sulle azioni della nuova amministrazione? Tutto. Perché nelle interviste che vi proponiamo, nelle pagine successive, se andiamo oltre le polemiche e lo scontro che fa parte della normale dialettica democratica tra due schieramenti avversi, possiamo notare una cosa importante.

Ovvero, che lavorare per il cambiamento non è facile nemmeno a livello locale.

Ad un livello dove invece dovrebbe essere, in linea teorica, molto più immediato riuscire a varare provvedimenti, dal momento che si è, o si dovrebbe essere, a contatto direttore con i cittadini.

Le due interviste mostrano due esempi di persone che hanno lavorato sodo (nel caso di Clerici) e stanno lavorando (nel caso di Civati) come assessori, cercando di realizzare una buona politica, ma scontrandosi con l’enormità di ostacoli che una persona, anche se animata da buona volontà, si trova a dover fronteggiare una volta che sia entrata nella stanza di bottoni. Una macchina pubblica difficile da innovare sotto ogni punto di vista.

Scontri politici e le classiche “beghe” tra partiti, equilibri di potere che prevalgono sul bene comune. Difetti della politica che influiscono sul buon funzionamento della cosa pubblica.

Indipendentemente dalle posizioni politiche di ognuno, e dai giudizi personali, sono convinto che vada riconosciuto come fatto oggettivo quello che i due intervistati hanno saputo dimostrare di avere la forza e la stoffa per impegnarsi per i cittadini.

Se Civati è ancora alla prova dei fatti, Clerici può vantare una serie di progetti che, come assessore al Verde pubblico, ha lasciato prima di uscire dalla giunta e sono andati avanti nell’ultimo periodo della giunta Fontana.

Ma per raggiungere quegli obiettivi ha dovuto spesso sudare sette camice. Perché non basta la volontà per stare al timone dei settore di una pubblica amministrazione. Ci vuole una perseveranza fuori dal comune. E saper affrontare critiche e attacchi. Quelli non mancano mai. Perché alla gente piace sempre criticare. Quasi mai proporre soluzioni costruttive.

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