Diffidiamo tutti da chi ci ripete che lo sport è soltanto un gioco
Alfredo Luini e Pietro Frontini, allo stadio

Diffidiamo tutti da chi ci ripete che lo sport è soltanto un gioco

L’editoriale del nostro Francesco Caielli

Tante volte, in questi ultimi giorni, ci siamo sorpresi a pensare che no: lo sport non è soltanto sport. Gli ultimi novanta secondi della finale NCAA tra North Carolina e Villanova, il tributo a Kobe Bryant del Boston Garden, gli applausi che tutti gli stadi d’Italia hanno regalato a Cesare Maldini. Momenti ed episodi così, che hanno fatto venire un po’ di sana pelle d’oca e che ci hanno rafforzato nella convinzione che ci sia molto di più, dietro a quello che a volte viene troppo frettolosamente liquidato con un “ma sì, è solo un gioco”. Andate a dirlo a qualcun altro. Andate a raccontarlo a chi non è più capace di emozionarsi e di ascoltare storie. Andate a dirlo a Samuele, che è solo un gioco: lui che da tutta la vita sognava di vedere il suo Varese dal vivo e invece no, era costretto ad ascoltarlo per radio perché non poteva uscire di casa. Lui che oggi, finalmente, varcherà i cancelli del Franco Ossola grazie a dei ragazzi con un cuore grande così (bravo Francesco, bravi tutti) e si vedrà una partita che per lui sarà come la finale di Champions League. Andate a dirlo all’Alfredo, che è solo un gioco: lui che ha avuto, diciamocelo, una vita complicata e che è diventata più colorata grazie al Varese, grazie al pallone.
Andate a dirlo a Luca Alfano che con il Varese ha trovato un motivo per guardare avanti e lottare contro un male che non ha un nome e nemmeno un motivo.
E non c’è bisogno di tirare fuori storie come queste, che è fin troppo facile. Andate a dirlo alla gente di Varese che “è solo un gioco”: gente che perde il sonno per un gioco chiamato pallacanestro. Gente che litiga, si scanna, si improvvisa esperta, si abbraccia e fa festa, si incazza per qualcosa che ha scritto la storia di una città e che no. Non è solo un gioco.
A metà strada tra una riflessione e uno sfogo, per restituire allo sport un po’ della dignità e del valore che merita. Perché poche cose legano, fanno comunità, uniscono e danno identità come lo sport e come le realtà sportive di una città.
Candidati sindaci, pensateci. Perché tutto quello che ruota attorno a un pallone (che rimbalza o che rotola) è parte integrante della nostra città e della sua gente. Non è soltanto un gioco: siamo noi. Non è soltanto un gioco: è qualcosa di terribilmente grande, attorno la quale si deciderà una bella fetta delle prossime elezioni.


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