«Grazie alla Polha mi diverto, gioco. E così promuovo la mia disciplina»
Alessandro Andreoni, atleta di sledge hockey e “testimonial” della Polhaarchivio

«Grazie alla Polha mi diverto, gioco. E così promuovo la mia disciplina»

Sledge Hockey - Emozioni e ambizioni del vicecampione europeo Alessandro Andreoni

Continua dalla prima pagina...e delle discipline paralimpiche in genere così, come accade già in molti altri Paesi, sempre più giovani con disabilità si avvicinino allo sport da fin bambini».

Rotto il ghiaccio, si fa per dire, torniamo da capo. Quando hai scoperto la Polha?

Già da bambino nuotavo con l’istruttrice di nuoto della Polha Silvia Marchetti. Si sa, nuotare fa bene non solo a chi come me è spina bifida. In Polha sono entrato a quattordicianni. Ero felice e contento ma la scintilla m’è scaturita tre anni fa quando ho provato lo sledge hockey.

Professionista?

Eh magari! - risponde ridendo Andreoni - Mi alleno un paio di volte la settimana, sono all’ultimo anno di Scienze Umane al Maria Ausiliatrice e superata la maturità affronterò il test di ammissione all’Università nella Facoltà di Medicina.

Dall’acqua al ghiaccio. Ma la scintilla?

Ho iniziato con il mio compagno di nuoto Davide Cesarani. All’inizio era solo curiosità mista a timore per il fatto che non conoscevamo niente e nessuno. Poi è bastato entrare al palaghiaccio perché tutto diventasse bellissimo. Mi sono sentito subito motivato e anche orgoglioso perché anch’io potevo praticare lo sport di mio fratello Marco, capitano dell’Hockey Varese. Da piccolo avevo già provato a pattinare in piedi ma la mia gamba destra non era d’accordo. Da quella prima volta entusiasmo a mille.

Dalla prima volta sul ghiaccio all’esordio nel campionato 2013/14 e addirittura in nazionale

È capitato in quella stessa stagione perché coach Da Rin voleva vedere se in prospettiva potessi essere utile alla causa azzurra. Anche in quel caso è stato bellissimo perché ho conosciuto bella gente che mi ha messo a mio agio, nelle condizioni ideali per capire e imparare tantissimo. Di raduno in raduno sono arrivato quest’anno alla prima convocazione ufficiale per il torneo a Torino, poi per la trasferta in Giappone e infine in Svezia per il Campionato europeo

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Dove a neanche vent’anni sei diventato vice campione d’Europa.

È stata un’esperienza incredibile! Io e il mio compagno nell’Armata Emanuele Parolin ci giocavamo il quindicesimo posto in squadra che purtroppo per lui è toccato a me. Ovviamente ero la vittima preferita di scherzi e prese in giro da parte dei più anziani ma posso dire che si è trattato di un ‘nonnismo’ divertentissimo. Quello che più mi è piaciuto in quest’avventura è stato proprio il sentirmi parte integrante di un gruppo fantastico. Abbiamo perso solo una partita sulle sei disputate e in tutte mi è stata data l’opportunità di scendere sul ghiaccio.

La città come lo scarso pubblico del palazzetto che ospitava il torneo erano una tristezza, eppure entusiasmo e allegria non sono mai mancati.

Visto il tuo peso mosca hai rischiato di brutto…

No dai, sono stato bravo a schivare scontri pesanti. E comunque quando il coach mi mandava in campo anche per un minuto ho dato il massimo senza preoccuparmi dei bestioni che mi circondavano.

Da aspirante campione paralimpico cosa pensi sia necessario per promuovere il tuo sport?

Prima di tutto il passaparola. Nessuno meglio di chi prova e pratica uno sport può far capire agli altri quanto sia importante. Per star bene con se stessi e con gli altri, per imparare, per crescere. Non dobbiamo sprecare energie a piangerci addosso perché i media ci riservano poca attenzione. Proprio per questo dobbiamo moltiplicare l’impegno per ringraziare chi come la Polha offre queste opportunità, comunicando noi per primi quanto facciamo con impegno e dedizione per contagiare altre persone.


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