Martedì 18 Marzo 2014

«Agonismo e filosofia

I samurai siamo noi»

Chiara Bosetti, 34 anni, varesina, si è laureata campionessa italiana di kendo lo scorso 8 marzo a Verona. «Una vittoria che ho dedicato innanzitutto a mio padre Gaetano, scomparso recentemente, e a mia madre. Poi a mio marito Stefano (con lei nella foto, scattata proprio ai tricolori, ndr), che è anche il mio allenatore, e a tutto il mio dojo».

Quanto lavoro c’è dietro a questo successo?

Abbiamo lavorato tantissimo per arrivare così in alto. È stato un percorso lungo, fatto di tante tappe che ci hanno portato a questo risultato. Il nome della nostra società, Jin Sei Kan, racchiude l’essenza delle arti marziali: tornare sempre alla base per poter progredire. Ed è proprio questo ciò che abbiamo fatto: è stato un itinerario duro, sia a livello fisico che mentale.

Il kendo è uno sport di nicchia, poco conosciuto e poco praticato. Ce lo spiega?

È un’arte marziale giapponese, di combattimento, che trae origine dai leggendari samurai. Si pratica con delle protezioni ed è permesso il contatto fisico. Si usa un bastone che rappresenta a tutti gli effetti una spada, la katana. È un combattimento aspro, però disciplinato: non tutti i colpi sono permessi.

Fisico e testa?

Come altre arti marziali, ha una parte agonistica e una più filosofica, legata alla tradizione giapponese, in cui si praticano dimostrazioni di colpi, senza però il contatto fisico. Non è uno sport olimpico, probabilmente per scelta del Giappone, allo scopo di conservare la purezza di questa arte marziale.

Come si è avvicinata a questa disciplina?

Strano a dirsi, ho fatto per tantissimi anni tutt’altro: danza classica. Quando ho smesso, ho voluto scegliere una disciplina che oltre all’aspetto competitivo avesse una filosofia, una storia particolare. Da sempre mi affascinavano le arti marziali, e quasi per caso ho iniziato a fare kendo. Dopo una prima lezione di prova, ho capito che faceva per me e non ho più smesso. Ho iniziato otto anni fa, grazie a Stefano Cortellezzi, mio attuale coach e marito, che lo pratica ormai da vent’anni.

Essendo uno sport senza grande attenzione dei media, si lavora e si vince lontano dai riflettori: ancora più faticoso, no?

È chiaro che non ci si può aspettare una grande copertura mediatica. Lo spiegano i numeri: il nostro è uno sport che conta circa mille praticanti con grado, e altri mille senza grado. La mia vittoria può essere una possibilità importante per ottenere visibilità, soprattutto nella nostra realtà varesina. Magari qualcuno leggerà questa intervista e vorrà venire a provare il kendo.

Nel caso, dove?

Ci alleniamo a Varese, alla palestra Olympus di via Pirandello, e siamo una quindicina: un bel gruppo. Nonostante appaia come una disciplina individuale, alla base del kendo c’è proprio il collettivo, perchè senza qualcuno con cui praticarlo, non esisterebbe.

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