Le sfide hanno un volto, un nome, un corpo. Varese-Siena ha il volto, il nome e il corpo di Dusan Sakota: quel canestro pazzesco a sessantadue centesimi dalla fine di gara 6, la rabbia esplosa e trasformatasi in un pianto disperato due giorni dopo quando Masnago fu il teatro dell’infrangersi di un sogno.
L’uomo delle lacrime
Stasera si torna lì. E le speranze della gente di Varese sono tutte legate al fatto che ci sarà anche lui, Dusan Sakota: che le sue parole sono più taglienti dei suoi tiri, che i suoi occhi fanno più male dei suoi canestri.
«L’ultima volta che siamo stati a Siena – racconta mentre è in viaggio con la squadra verso la Toscana – ho fatto piangere tutti con quel tiro. Poi, un paio di giorni dopo, purtroppo ho fatto piangere anche i miei tifosi con quella sceneggiata per la quale non mi scuserò mai abbastanza».
Sessantadue secondi sul cronometro, punteggio in parità: palla a Sakota, ciuff. «Un momento indimenticabile: per me, per tutta la gente che sta attorno a questa squadra, un momento che terrò con me per tutta la vita ma che fa parte del passato. E nella vita non ci si può fermare al passato, bisogna guardare avanti».
E davanti c’è ancora Siena, c’è la possibilità di vincere qualcosa e tirare su uno stendardo in più al palazzetto: ci pensa, Dusan? «Abbiamo il dovere di fare di tutto, il possibile e l’impossibile, per regalare qualcosa a questa città e iniziare la nostra stagione con un grido di vittoria. Abbiamo questa occasione, non possiamo permetterci di sprecarla».
Sakota dice che non bisogna guardarsi indietro, eppure un po’ indietro lui guarda: «Perché io credo che questa coppa sarebbe un regalo bellissimo per tanta gente: per noi e i nostri tifosi, ma anche per i ragazzi dello scorso anno. Siamo stati un gruppo fantastico ma sfortunato perché non abbiamo vinto niente e ci siamo andati sempre soltanto vicini: la Coppa Italia, lo scudetto. Stasera giochiamo solo una partita, ma è una partita che arriva perché c’è stata una squadra che un anno fa ha fatto cose meravigliose. Ce la meritiamo, se la meritano».
E poi, basta: poi, si guarda avanti. «È ora di chiudere e di smetterla con i paragoni: e parlo anche per noi che siamo rimasti. Lo scorso anno è stato splendido ma è finito e dobbiamo dimenticarlo, o meglio: dobbiamo ricordarlo come qualcosa che abbiamo avuto la fortuna di vivere. Ora c’è un’altra sfida, un’altra squadra, un altro gruppo: ed è tutto diverso. Davanti c’è una stagione nuova tutta da vivere, e vi assicuro che in palestra lavoriamo come muli: io sono un cultore del lavoro, e sono sicuro che continuando su questa strada i risultati arriveranno».
Da Vitucci a Frates: «Fabrizio è uno che ottiene risultati con il lavoro duro: quando si suda così è normale iniziare tutto un po’ lentamente. Bisogna gettare le basi, mettere le fondamenta: ed è quello che stiamo facendo. Portate un po’ di pazienza, e fidatevi delle mie parole: siamo un grande gruppo, affiatato e forte».
Stasera? «Faremo di tutto per vincere: il possibile e l’impossibile. Sarà difficile perché praticamente giochiamo in trasferta, ma noi siamo pronti: vogliamo regalare qualcosa alla nostra gente e ai nostri tremila abbonati».
Dusan, c’era e ci sarà: «Ho i tendini infiammati, non sto benissimo: ma per farmi stare fuori mi dovranno legare. Io giocherò, anche sul dolore ma giocherò: a tutti i costi. Questa è una finale e le finali non tornano indietro: le finali vanno giocate. Perché quello che vivremo stasera, non sarà soltanto una partita di pallacanestro».
Varese
© riproduzione riservata













