«Solo se c’è un progetto i risultati arrivano. Così si vincono diffidenza e campionati»
Pippo Antonelli, ex giocatore e ds della Pro Patria, oggi al Monza (Foto by Archivio)

«Solo se c’è un progetto i risultati arrivano. Così si vincono diffidenza e campionati»

L’ex Pro Patria Pippo Antonelli ha centrato la serie C con il Monza: «Fiducia della società e sintonia totale»

Voluta, pensata, voltata e rivoltata in tutte le sue pieghe la professione di direttore sportivo; una riflessione accompagnata magari anche da dubbi che però hanno sempre incanalato il pensiero finale sulla quella strada: la direzione sportiva.

È la nuova sfida di Pippo Antonelli, attuale ds del neo promosso Monza in serie C, cominciata alla Pro Patria nel 2014, ma durata solo qualche mese e in condizioni a dir poco caotiche. Colori biancoblù che lui ben conosceva per averli indossati per due stagioni in C2(1999-2001).

Antonelli, in appena tre anni dall’inferno al paradiso.

A Busto non ha funzionato perché non vi erano le condizioni giuste. Vavassori era stanco e voleva andarsene, io invece ero pieno d’entusiasmo e volevo costruire un qualcosa di buono in un ambiente che conoscevo e che sapevo aveva voglia di calcio vero. Purtroppo le cose per funzionare devono avere i giusti incastri: quello che a Busto Arsizio non è esistito.

Si è rifatto col Monza…

Una bella soddisfazione vincere il campionato e a Monza tutto ha funzionato al meglio; i risultati ad inizio campionato ci hanno aiutato e direi che è stata importante anche quanto ci aveva detto la stagione precedente. Si voleva vincere il campionato, ma l’ambiente aveva un po’ di diffidenza verso la dirigenza e la proprietà anche se era del posto. Poi ha capito che volevamo fare sul serio, che avevamo un progetto e tutto il resto è venuto da sé.

E con la guida di un grande allenatore come Marco Zaffaroni.

E un grande uomo. È stato mio compagno alla Pro Patria. L’ho seguito quando era alla Caronnese e mi piaceva il suo modo di lavorare e la sua serietà. A dire il vero qualcuno mi diceva che non era un vincente, ma i fatti hanno dimostrato il contrario. In una società che voleva vincere il campionato, Zaffaroni si è rivelato l’allenatore capace di portare la squadra in fondo.

Quando i calciatori smettono il loro desiderio è quasi sempre di non lasciare il campo, il suo profumo dell’erba, lei invece ha puntato la scrivania.

Perché non penso di essere uomo di campo. A me piace molto osservare, ritengo di essere una persona razionale, lo ero da calciatore e quindi con le caratteristiche del dirigente. Nel calcio è facile lasciarsi prendere dall’emotività dei risultati, prendere decisioni affrettate e combinare poi guai. Invece se parti con un progetto devi andare fino in fondo ed i risultati arrivano. E quanto successo a Monza quest’anno, un ambiente in cui ho potuto lavorare sentendo sempre la fiducia della proprietà ed in sintonia con tutti le altre componenti.

C’è un qualcosa che ritieni di tuo personale nella promozione?

L’aver visto la maturità di un giocatore come D’Errico. Ha qualità tecniche eccezionali, ma il suo carattere lo ha sempre frenato. Quest’anno ha disputato un gran campionato e vi sono società di serie B che lo vorrebbero.

C’è un modello di direttore sportivo al quale si ispira?

A Petrachi del Torino che ho conosciuto quando ho giocato col Toro. Una persona veloce di pensiero, molto intuitiva e non è legata ai consueti canoni.

Più faticoso fare il ds o il calciatore?

Come calciatore eri impegnato un paio d’ore al giorno e basta. Da direttore sportivo il cellulare suona in continuazione e non ci sono orari. Ma lo sapevo.

Un consiglio alla Pro Patria per vincere il campionato di serie D?

Un mix di giovani e di giocatori d’esperienza che abbiamo voglia di conquistare la serie C in una piazza come Busto. Eviterei quelli a fine carriera.


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