Vi porto alla maratona di New York

Vi porto alla maratona di New York

Il nostro Kevin oggi sarà al via della corsa più famosa del mondo. E ce la racconterà tutta

NEW YORK - Sì, sei uno dei tanti. Sei uno dei 53 mila. L’eterna lotta per provare a sentirsi diversi, per mettere la testa fuori dalla massa, si è presa una piccola pausa. Un break. Perché essere uno tra le centinaia di migliaia di persone che oggi correranno la 47esima edizione della Maratona di New York non è essere omologati, non significa essere uno fra moltissimi. Correre per quarantadue chilometri e centonovantacinque metri nella (big) city vuol dire avere un’identità. Questa volta essere uno dei 53mila ti rende speciale. A poche ore dal colpo di cannone che darà il via all’avventura, ti senti uguale ma diverso. La magia sta già facendo la sua magia.

Speciale, si diceva. A New York tutto è speciale. A partire dalla vista. Perché non si è mai pronti ad una cosa del genere. Ti metti in strada e sembra di essere in Ritorno al Futuro. Lasciato il JFK Airport su uno shuttle-DeLorean dove ogni vibrazione è un cigolio, in pochi secondi ti senti catapultato nel 2121 con un Doc Brown che fa lo slalom in un oceano di macchine e luci rosse. Una cosa è certa: per fare il tassista a New York, come minimo devi essere laureato all’Mit. E devi avere una buona dose di palle mista a coraggio. Come in Ritorno Al Futuro quindi, solo che questa volta non c’era nessuno che ti insegue, siamo noi ad inseguire qualcosa. Che poi, all’improvviso, arriva. In un batter d’occhio davanti agli occhi si apre una distesa di montagne illuminate. Montagne, sì, perché qui grattacieli sono infinitamente alti, bucano le nuvole. Uno più scintillante e luminoso dell’altro. Da bocca aperta. Come il primo giro esplorativo per le streets e le avenues. Sono le nove di sera a Times Square ma continui a guardare l’orologio - che dopo la prima chiamata a casa nel cuore della notte a rischio infarto o denuncia per procurato allarme, hai prontamente aggiustato con l’ora locale - perché sembra sempre giorno. Luci ovunque, schermi immensi appiccati su ogni skyscraper, naso sempre all’insù.

Tutto è speciale. Come il caffè take-away che sorseggi camminando sulla 46esima fino ad incrociare la 12esima strada tra ragazzi che sfrecciano sui loro longboard e donne - capelli lunghi, fisico minuto e una manovra decisamente incredibile sono tre indizi che fanno una prova - che tentano parcheggi impensabili. Come le centinaia di runner-gazzelle che ti sbucano da ogni parte colorando le strade neyworkesi con le loro magliette azzurro elettrico e giallo evidenziatore: si stanno preparando per la maratona, forse dovremmo farlo anche noi anziché sorseggiare caffè?

Speciale come camminare per la 46esima e Broadway, come respiri sicurezza in una città colpita solo pochi giorni fa dal terrorismo, come incollare gli occhi ad ogni scritta, ogni cartellone, ogni adesivo, ogni avviso “please dont’ leave your bucket here”, ogni targa, ogni scala antincendio, ogni faccia.

Come quando entri per la prima volta al Marathon Expo tra l’11esima e la 34esima. Ti accoglie un mega cartello blu che ti ricorda che ci sono 26 punto due miglia in una Maratona (grazie!). Sembra di entrare in un mondo parallelo di cui però, ancora, non ti senti parte. La tua nomina arriva poco dopo. Segui la folla, raggiungi il tuo stand. Un saluto, un foglio, due indicazioni che fai finta di aver capito. E ce l’hai. Il numero. Il pettorale. Sessantaquattromilasettecento. Il cuore a mille. Un sorriso a 47 denti stampato sulla faccia. Sei uno di loro. Sei un runner. Sei un maratoneta. Incredibile, impossibile. Devi ridirlo, ancora, ancora, ancora. Sei un maratoneta. Convinciti. Perché fino a cinque mesi fa questa sembrava un’impresa impossibile. Sembrava fantasia, pazzia, una decisione presa troppo alla leggera, una cazzata dettata dall’entusiasmo, tuo e di chi ti ha incantato con i suoi racconti.

Speciale come le spese folli al Marathon shop, come il capellino che provi per il tuo direttore, come il commesso che ti alza la mano in segno di vittoria urlando “we have a first timer here!”. Speciale come può esserlo per un giornalista, accovacciato a terra in mezzo al mondo per scrivere e raccontare della sua prima maratona.

Ieri eri un runner. Oggi sarai un finisher.


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