Sabrina, l’ingegnere e mamma che difende la privacy
Sabrina Sicari è docente di Reti di Telecomunicazione per il corso di laurea triennale in Informatica dell’università dell’InsubriaNata a Cataniaè laureatain ingegneriaDal 2006è all’Insubria

Sabrina, l’ingegnere e mamma che difende la privacy

Nata a Catania, oggi è una ricercatrice a Varese. E studia le reti dei dati. «Mi emozione vedere la passione nei ragazzi, ripaga di tanti sacrifici»

VARESE - In un mondo dove gli oggetti sono sempre più intelligenti e sussurrano suggerimenti, dati e informazioni c’è qualcuno che si preoccupa di lavorare per difendere la nostra privacy e la sicurezza dei nostri dati.

Sabrina Sicari è ricercatrice in Sistemi di elaborazione delle informazioni all’università dell’Insubria dal 2006, ma la sua vita, dalla laurea in avanti è stata un susseguirsi di cambiamenti. Sono stati questi continui spostamenti a portarla, dopo aver cominciato il dottorato in Ingegneria Informatica e delle Telecomunicazioni a Catania – sua città di origine dove si è laureata in ingegneria elettronica – ad approdare al Politecnico di Milano e poi a Varese, dove oggi lavora a fianco del professor Alberto Coen Porisini.

«Ogni volta – racconta – ho dovuto affrontare nuovi ambienti e nuove sfide, ma ogni volta è stato bello ricominciare e imparare sempre qualcosa di nuovo».
Sabrina Sicari oggi è docente di Reti di Telecomunicazione per il corso di laurea triennale in Informatica dell’Insubria. Ma è anche madre di Giulia, una bimba di quattro anni e, sebbene tre primavere la separino dai 40, riassume premi, partecipazione a riviste di settore, a comitati scientifici e a ricerche che tracciano attorno a lei una fitta rete di contatti.
Ma la rete vera, indiscussa protagonista della sua ricerca, è però quella wireless, ovvero quella connessione senza fili da cui passano tutte le informazioni che di continuo sono inviate dall’Internet of Things, dagli oggetti intelligenti.
«Pensiamo al blister delle pastiglie che invia un messaggio al telefonino per avvisare che deve essere presa la medicina, oppure alle scarpe da corsa che trasmettono dati sulle prestazioni sportive».
Dalla domotica alla medicina molte sono le applicazione di queste tecnologie che permettono di passare dati, di connettere, di rilevare a distanza: «Nella medicina – spiega – ciò significa poter fare monitoraggi dei pazienti da remoto con notevoli vantaggi in fatto di prontezza di intervento in caso di malessere. Sono proprio questi impulsi, questo brusio continuo, fatto di dati e informazioni, a dover essere protetti per offrire tranquillità alle persone che li utilizzano».
Come per il motto dell’Internet of Things - che nella traduzione in italiano recita “essere connessi sempre, in ogni luogo con qualunque oggetto” - così il suo lavoro segue la ricercatrice praticamente ovunque.

«Ho con me gli articoli da rivedere mentre viaggio in treno da Milano, dove abito, a Varese – dice – ma anche nelle notti insonni in cui la bambina mi sveglia: ogni momento va bene per lavorare».
È un motto che solo chi ha passione per quello che fa può confessare senza paura di sembrare vittima del suo stesso lavoro.
«Non potrei vivere senza ricerca – dice – e se tornassi indietro rifarei le scelte che ho fatto quando, dopo la laurea, rinunciai a uno stage in azienda per tornare a studiare per il dottorato».
Anche sua madre la incoraggiò a non lasciar perdere gli studi, a mettere ancora il sapere al primo posto. «Ancora mi fa rabbia – dice – che nel nostro Paese a lungo si sia pensato che fare l’ingegnere, l’informatico sia una carriera maschile e lo ripeto sempre quando mi capita di andare nelle scuole a fare orientamento ai ragazzi per le loro scelte future».
E non è solo la ricerca a spingerla ad andare avanti nel suo lavoro. «Mi emoziono – confessa – quando vedo giovani che affrontano gli studi con entusiasmo e con la voglia e la passione. Sono questi gli ingredienti che contano e che possono poi portare a raccogliere i frutti di tanta fatica, come è accaduto a me».

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