Isabel, la famiglia e una grande casa chiamata oratorio
Don Matteo Rivolta durante un’uscita coi ragazzi

Isabel, la famiglia e una grande casa chiamata oratorio

Dal Portogallo a Ispra: «E non ce ne andiamo più. Un’esperienza che mi ha definita come persona»

Dal Portogallo a Ispra per restare. Accade anche questo nella provincia che ospita il centro di ricerca europeo, Jrc. E la parrocchia diventa il punto di riferimento da cui partire per costruire una famiglia duratura.
È ciò che è accaduto a Isabel Agostinho, portoghese, mamma di tre ragazzi, due di 22 anni e uno di 25, sposata da 28 anni con il connazionale Fernando (nella foto grande qui affianco)
La coppia è approdata a Ispra il 4 agosto 1987: «Fernando era stato assunto nei laboratori del centro di ricerca della Comunità Europea, allora era una novità e l’ideale della comunità affascinava e incuriosiva». L’inserimento nella realtà parrocchiale non è stato immediato, prima c’è stato l’ambientamento del paese.

«Ci siamo avvicinati alla parrocchia attraverso amici, vicini di casa e l’accoglienza semplice e spontanea di don Franco. Era un invito irrifiutabile a mettersi al servizio degli altri. Diciannove anni fa entrai a fare parte del gruppo missionario, poi ho accolto l’invito a fare parte del gruppo di catechiste, e del consiglio dell’Oratorio, ruoli che ricopro tuttora».
Così da stranieri Isabel e Fernando, poco per volta, diventano ispresi doc con una presenza attiva e significativa nell’ambito dell’oratorio della loro nuova città.
«Questa realtà ha tre grandi punti di forza: l’impronta di sacerdoti carismatici che hanno lasciato nella memoria degli ispresi un forte riconoscimento del luogo come riferimento educativo. Un grande potenziale umano fatto di persone generose e disponibili a donarsi nel servizio ai ragazzi e alla comunità».
E infine, una struttura ampia, ben attrezzata, capiente e multiforme, che permette l’accoglienza di tanti ragazzi e lo svolgimento di ogni genere di attività, dal catechismo al gioco, al teatro e al cinema.

«All’interno dell’oratorio ho anche una funzione particolare nel supporto alle attività creative di piccoli e grandi, sono un po’ come il pizzo per le tovaglie, cioè non l’essenziale, ma ciò che può fare rendere più bello l’essenziale: spettacoli, scenografie, fotografia, cinema, laboratori, ambientazioni. L’attività dell’oratorio è sempre stata un dono per la mia vita, un dono di quelli che ti spingono a donarti senza riserve e con tutto l’amore che puoi: è un’esperienza totale che mi definisce anche come persona».
Certo lavorare al Jrc per uno straniero non facilita l’integrazione con l’intorno: la permanenza è limitata nel tempo, l’organizzazione scolastica è diversa dal sistema italiano, le strutture di accoglienza all’interno del centro sono molto organizzate, in più ci sono offerte culturali vaste e organizzate.
«Le piccole comunità originali, francesi, portoghesi, inglesi, che prendono vita all’interno del centro, sono un grande supporto per superare le difficoltà legate al distacco della propria cultura, ma allo stesso tempo questo comporta una certa chiusura rispetto alla ricchezza del paese in cui sono inseriti. La diversità culturale e religiosa tende a valorizzare testimonianze di solidarietà e altruismo che possono essere comuni a ogni individuo, più che testimonianze religiose identificate come scelte individuali».

I legami con la comunità parrocchiale sono per lo più legati, quindi, al percorso di catechismo e all’oratorio estivo dei figli.
«Anche con quelli che poi continuano a frequentare le funzioni religiose è difficile stabilire un legame più profondo e continuato. In parrocchia la presenza di stranieri che operano o partecipano nelle diverse attività proposte è ancora poco significativa».
«Ma l’accoglienza incondizionata da parte della comunità esiste ed è sempre esista, io ne sono testimonianza, un progetto di avvicinamento più dinamico verso questa realtà sarebbe da approfondire, la ricchezza reciproca a cui si potrebbe attingere è davvero uno stimolo prezioso per superare ogni difficoltà».

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