«Cosa resta oggi della Busti Grandi? Senza coraggio e carisma, niente»

«Cosa resta oggi della Busti Grandi? Senza coraggio e carisma, niente»

Gian Piero Rossi, sindaco dell’età dell’oro: «Grave uscire da Malpensa. Una volta pionieri, ora scappiamo»

C’era una volta Busto Arsizio. C’era una volta la Grande Busto. Quell’aggettivo lo trovi solo (in dialetto) su qualche cartello stradale. Impossibile accostarlo all’attuale realtà. E se qualcuno non fosse ancora convinto è sufficiente che si rifaccia a qualche giorno fa: all’annuncio che il Comune di Busto vende la quota di partecipazione nell’aeroporto di Malpensa. Sarà stata pur infinitesimale, ma di un immenso valore storico. L’ultimo atto di una decadenza che ha visto la città perdere nel tempo la sua tv (TeleAltoMIlanese), la sua banca (Banca Alto Milanese), la Mostra del Tessile e lo sbiadire dei colori della Pro Patria. Il senatore Gian Piero Rossi, 90 anni, è stato il sindaco di quell’età dell’oro e per lui è stato un colpo al cuore prendere atto che Busto lascia la Malpensa per fare cassa. Quell’aeroporto che si chiamava “Città di Busto Arsizio”.

Senatore, era il caso di vendere le quote?


No, ma se fosse stato il caso, quelle quote dovevano essere vendute ad un imprenditore o a un gruppo d’imprenditori bustocchi. Anche se erano uno zero virgola zero, quindi non determinanti, occorreva tenerle. Ma serve coraggio, carisma e tempismo. Cose che e queste cose mancano.

Ma lei che è il patriarca della politica bustocca non è stato interpellato?


Assolutamente no. Non mi chiama più nessuno.

Com’era nata l’idea dell’aeroporto?


Dopo il ventennio in cui Busto non contava nulla, durante la guerra di liberazione divenne un fulcro ed a Busto vennero diversi personaggi della politica, come Pertini. Nel dopoguerra fu un riferimento nazionale. L’idea fu del sindaco Rossini, con Facchinetti, che seppero coagulare gli imprenditori sfruttando quei tronchi di pista, intuendo che la struttura avrebbe aiutato lo sviluppo.

Busto aveva anche la sua banca.


Quando ero sindaco seppi che una bella azienda metalmeccanica di Busto stava per essere venduta ai tedeschi. Chiamai il banchiere di Busto (Benigno Airoldi, ndr). Venne da me il giorno dopo, gli spiegai la situazione, arrivarono gli aiuti ed ad oggi quell’azienda è italiana ed ancora nostra, di Busto.

E della televisione?

In quegli anni non si capì che l’industria stava cambiando passando dal manifatturiero ad appunto al Mancini con la televisione, al Rossi con la discografia o al Sottrici con la cartiera.

Quali dunque le cause?


È venuta meno una classe imprenditoriale che aveva coraggio e carisma. A Busto avevamo l’unione industriali e quando si sedevano in assemblea, lì vi erano capitali ed una finanza più importanti della Lombardia che avevano a cuore le loro azienda e la città. Le faccio un altro esempio. Quando diventai sindaco venne da me Stefano Ferrario, un grandissimo imprenditore e mi chiese come poteva aiutarmi. Gli dissi che stavano arrivando dal sud ventimila persone a lavorare. Erano famiglie con bambini ed io non avevo più asili. Fece l’asilo Sant’Anna e mi risolse il problema. Capisce?

Ma non è anche colpa vostra, di voi padri, se poi le generazioni successive non hanno saputo tenere il vostro ritmo?

Il coraggio bisogna averlo dentro e i capitali oggi si comprano. Non c’è più la banca locale. I tempi poi sono cambiati e quindi vi sono anche delle cause oggettive che hanno portato a questa situazione.

C’è a suo giudizio una data, un momento in cui si può fissare un prima ed un dopo?


Quando la magistratura decise di decapitarmi da sindaco. Decapitò il futuro di questa città. E mi scuso, perché non voglio lodarmi.

Torneranno mai quei tempi?

Non penso: l’economia è cambiata e non vi è più l’attaccamento alla propria città.

Sicuro?


Ho la mia età e due cose non vedrò più: quel periodo della grande Busto che va dal ’55 al ’70 e la Democrazia Cristiana. Mi trovai seduto in mezzo a Gianni Agnelli a destra ed a Donato Cattin (sindacalista) a sinistra. Che tempi!».


© RIPRODUZIONE RISERVATA