Una domanda scomoda. Quanti Dell’Utri nascosti sono nelle nostre carceri?
Una cella della Casa Circondariale di Busto Arsizio

Una domanda scomoda. Quanti Dell’Utri nascosti sono nelle nostre carceri?

Ecco i pezzi scritti dai detenuti di Busto

BUSTO ARSIZIO - Sul giornale di oggi riportiamo una serie di articoli scritti e firmati dai redattori di “VoceLibera”, la redazione giornalistica interna alla Casa Circondariale di Busto Arsizio. Un progetto seguito dalla Cooperativa sociale 3B, nell’ambito dell’Area Trattamentale della struttura di via per Cassano, che si pone l’obiettivo di preparare i detenuti verso la risocializzazione, una volta che usciranno dal carcere.

«Quanti Dell’Utri “sconosciuti” nelle nostre carceri. E se pensiamo che almeno un terzo della popolazione carceraria sono detenuti in attesa di giudizio, chiunque di noi potrebbe ritrovarsi in quella situazione». La voce del garante dei detenuti della città di Busto Arsizio, il consigliere comunale Matteo Tosi, si è levata nell’ultima seduta di consiglio comunale, nel corso degli interventi liberi, per sollevare anche a Busto il “caso Dell’Utri”, che sta tenendo banco nelle ultime settimane nel dibattito politico. A partire dal recente appello del Partito Radicale, che ha sostenuto la richiesta della moglie del già “braccio destro” di Silvio Berlusconi (malato, è detenuto nel carcere romano di Rebibbia dove sta scontando una pena di sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa) di essere scarcerato per potersi curare. «Al di là del fatto che ho lavorato “per lui” alla Biblioteca di via Senato, il suo caso è stato sollevato dal Partito Radicale, che presumo non condivida molto della figura politica ed umana di Marcello Dell’Utri - spiega Matteo Tosi - il nome eccellente “serve” per creare il precedente, ma ho ritenuto utile sollevare il problema anche a Busto, per riportare l’attenzione sui tanti detenuti malati che, pur non avendo la cassa di risonanza di Dell’Utri, anche nella nostra Casa circondariale stanno soffrendo e non possono accedere alle cure in maniera agevole. Mi è sembrato giusto farlo sotto Natale, il momento in cui chi è dietro le sbarre sente maggiormente l’assenza della famiglia». Un problema strutturale, per Tosi, tipico di «un sistema già al collasso» e legato a doppio filo con le ben note problematiche di sovraffollamento che anche a Busto Arsizio recentemente hanno ripreso a generare notevoli preoccupazioni. «Se non si riescono a dare risposte per i casi eccellenti, come quello di Dell’Utri, in cui il costo delle cure sanitarie fuori dal carcere non ricadrebbe sul contribuente, figuriamoci quanto i problemi organizzativi, burocratici ed economici possano frenare analoghe situazioni. È un aspetto molto complesso della vita all’interno degli istituti: è vero che un’infermeria e dei medici sono presenti in tutte le carceri, ma a livello di puntualità di cure e di diete non sempre tutto funziona come dovrebbe. Sì, la Casa Circondariale di Busto da questo punto di vista non è messa malissimo, ma tra sovraffollamento e carenze di personale anche la possibilità di garantire le necessarie prestazioni sanitarie ai detenuti può essere a rischio». Ecco perché Matteo Tosi sta organizzando per il mese di febbraio, in collaborazione con il Partito Radicale, «un incontro con la politica del territorio sul tema delle condizioni di vita dei detenuti all’interno delle carceri, proiettando il documentario “Spes contra Spem”, proprio allo scopo di sensibilizzare chi è nelle istituzioni nei confronti di chi nel carcere ci vive e ci lavora e delle famiglie dei detenuti. Grazie alla disponibilità della responsabile dell’Area Trattamentale Rita Gaeta inviteremo anche una delegazione di detenuti per ascoltare e parlare dei loro problemi». Tosi ci crede molto, nella riapertura di un dibattito pubblico sulla “questione carceraria”: «Se riflettiamo sul fatto che un detenuto su tre, forse anche uno su quattro è dietro le sbarre in carcerazione preventiva, quindi da innocente fino a prova contraria, ci rendiamo conto che non è un problema “altro” ma di tutti noi - spiega il garante bustocco - è giusto che chi sconta una pena paghi il giusto, ma chiunque può finire dentro per poi dimostrare la propria innocenza».

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