Una vita intera da guardia carceraria: «Oggi il rapporto con i reclusi è migliore»

Una vita intera da guardia carceraria: «Oggi il rapporto con i reclusi è migliore»

Antonio Coviello, da 37 anni in servizio tra le celle: «Dopo la legge Gozzini un ambiente diverso, si è stabilito un dialogo»

Ne ha da raccontare Antonio Coviello, ispettore superiore e sostituto commissario del carcere di Busto Arsizio. Non è lontano dalla quiescenza chi ne ha viste e soprattutto vissute di situazioni anche tragiche.

Forse un giorno potrebbe mettere nero su bianco i suoi trentasette anni di servizio scrivendo un libro che potrebbe aiutare a comprende a chi sta fuori la realtà carceraria e a chi sta dentro quali siano le difficoltà ed i drammi che il poliziotto penitenziaro si porta dentro e «purtroppo, anche se non vuoi, te li porti anche a casa alla sera mentre sei con la tua famiglia» confessa Coviello. Lui ha attraversato un’epoca toccando con mano e vedendo con i suoi occhi la trasformazione del mondo carcerario. Per Coviello «un’evoluzione, perché all’interno del carcere è cambiato il clima ed il rapporto coi detenuti è molto migliorato».

Il merito «va alla legge Gozzini che ha istituito i benefici di legge contribuendo parecchio a dare speranza a chi entrava in carcere, consapevole che un determinato comportamento, un diverso modo di approcciarsi, la capacità di convivere con gli altri avrebbe fornito delle opportunità, una speranza, appunto, di ricominciare alla vita normale».

E dire che Coviello iniziò la sua missione di poliziotto penitenziario quando la Gozzini era di là da venire (10 ottobre 1986). Eppure «la mia prima esperienza fu bellissima». Racconta: «Nel giugno del 1980 sono stato assegnato alla colonia penale di Lonate Pozzolo e vi sono rimasto fino al settembre del 1981 per poi andare a San Vittore. Era una colonia agricola e lì i detenuti lavorano i campi durante il giorno ed alla sera mangiavano e dormivano all’interno di questa struttura, che era aperta. Non vi erano le classiche celle, ma camere. Capitò che qualcuno si allontanasse, ma venne ripreso e naturalmente messo in carcere. Certo, la fiducia comporta dei rischi, ma i margini di approssimazione erano molto bassi. Furono quindici mesi intensi e ne parlo sempre volentieri».

L’esperienza di San Vittore gli fece incontrare il carcere duro, in cui «i pestaggi fra i detenuti erano molto frequenti ed anche qualche omicidio, ma fortunatamente la legge Gozzini ha cambiato l’ambiente», facendo scendere il livello di pericolosità e di violenza, ma come sottolinea Coviello «fra noi ed i detenuti si è stabilito un dialogo». Venendo a cadere quei pregiudizi all’interno e fuori dal carcere verso chi non svolge una mansione, ma una faticosa missione.


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