«La paura di morire ti insegna a vivere»

«La paura di morire ti insegna a vivere»

Anna Savini e le sue “Buone ragioni per restare in vita” approdano domani a Duemilalibri a Gallarate

GALLARATE - Anna ha avuto il tumore. Anna è guarita. Anna ha scritto un libro che racconta con realismo intriso d’ironia il suo percorso di guarigione. Una recensione come tante, una storia già sentita.

E invece no. Per niente. Innanzitutto perché Anna Savini, 45 anni, lecchese, giornalista de “La Provincia di Como”, non è una persona come tante. Per accorgersene basta incontrarla, anche per caso: state certi che vi inonderà di parole ma anche di tanta umanità e vitalità che difficilmente riuscirete a dimenticare. Ed è proprio così, con disarmante sincerità e humour, che ha raccontato la sua (dis)avventura in “Buone ragioni per restare in vita” (Mondadori), protagonista domani alle 17 a Palazzo Borghi a Gallarate nell’ambito di Duemilalibri. A condurre l’incontro Marco Lombardo, caporedattore de “Il Giornale”.

Non è mai semplice parlare di un libro, soprattutto quando racconta una storia così personale, e riuscire a dire qualcosa di sensato, di stupefacente, di nuovo. Ma questa volta vale la pena sforzarsi. Perché non è un semplice viaggio nell’esperienza (brutta) di una donna, ma si è di fronte a un vero e proprio inno alla vita, al non perdere tempo, una guida al bello di stare al mondo e alla voglia di darsi una svegliata e godersi quello che si ha. Anzi no, a cercare sempre qualcosa di meglio. «Ma non per altro, per noi stessi - dice Anna – Prendete me, da quando è uscito il libro sono inondata di affetto. Io che vivevo di amici immaginari sono diventata l’idolo di tante persone, non sono mica abituata! Pensare che io l’ho scritto d’istinto, perché dovevo fare qualcosa per non pensare a quello che mi stava succedendo».

Prima, doverosa domanda: come sta?


Oh bene, grazie. Cerco di stare più lontano possibile dagli ospedali, ma continuo a fare i controlli. Ecco, se devo dire la verità sono molto “lontana” anche dal libro, dalla me stessa che viveva quello che scriveva in quelle pagine. Quest’estate ho passato qualche giorno a Cannes: una mattina mi sono svegliata e ho dovuto fermarmi a pensare per ricordarmi di essere stata malata. È stato uno dei momenti più belli della mia vita.

A un certo punto lei scrive: “Questo libro insegna a non fare come me”. Non pensa invece che possa aiutare altre persone anche solo a sentirsi meno sole?


Io credo che i veri vincenti siano quelli che fanno e non quelli che guardano gli altri, cosa che ho sempre fatto io. Allora io dico di non fare come me perché io ho sempre rimandato le cose belle, e invece bisogna farle subito e basta. Con questo non voglio dire che bisogna vivere pensando di ammalarsi, ma accidenti può capitare. E allora non è giusto avere rimpianti.

Dice anche: “Io sono io. Qualcuno che non vorrei mai essere”. Ne è ancora convinta?

Quando io scrivo apparentemente parlo agli altri, ma in realtà parlo a me stessa. E dico a me stessa: svegliati, accendi la luce! Io non ho mai voluto scrivere un libro triste, sulla malattia, figurarsi che la prima idea di titolo era “I love shopping col tumore”. Sì, volevo essere la Kinsella, volevo aver scritto “Sposerò Simon LeBon” ma la mia versione, “Sposerò Alberto Tomba”. E invece mi sono ritrovata a fare la chemio… ma sono rimasta sempre io. Questo volevo trasmettere: non la malattia, ma la cura. E impazzisco di gioia quando scopro che lo leggono tantissime ragazzine. Perché è un libro che parla dell’inizio di una vita. O del ri-inizio. Le giovanissime oggi cosa fanno? Guardano Instagram, vedono delle strafighe e vanno in depressione. Invece nella vita reale siamo tutti uguali, io credevo che il tumore venisse solo agli altri e invece è venuto a me. Il fatto che un’imbranata possa dare un insegnamento non è bellissimo? È anche questo che dice il mio libro: guarda te stesso. E vai avanti.

Un altro passaggio molto forte recita: “Tutto è difficile finché non diventa facile. Anche perdere i capelli”.


Proprio così, perché la malattia diventa come un lavoro. Sa qual è il vero messaggio del libro? Che se ce l’ho fatta io, che sono goffa e sbadata, allora ce la possono fare tutti. È come quando si cambia il posto di lavoro: all’inizio manca il respiro, è tutto nuovo. Poi diventa routine. La mia esperienza è più brutta, fa più paura, ma è la stessa cosa. Quando mi hanno detto la diagnosi mi vedevo già sepolta sotto tre metri di terra, e invece eccomi qui.

La cosa più disarmante è che scorrendo le pagine ci si ritrova a ridere della chemioterapia, delle parrucche, degli aghi e della puzza di ospedale. Si rende conto di cosa è riuscita a fare?


L’ho anche messo nella storia: “Io voglio scrivere un libro così, leggero, per loro, per noi che abbiamo il diritto di continuare a pensare a cose leggere e ai capelli anche da malate”. Non ho voluto insegnare la vita a nessuno… io, poi? Non scherziamo. Ho solo spiegato le cose come stanno. Che sì, la chemio in vena ti fa diventare verde. Che quando ho rasato i capelli ho avuto l’impressione che la gente potesse guardarmi dentro la testa, come ha detto Cara Delevigne... che però si è fatta pelata per esigenze di scena. Non dò lezioni, dico semplicemente: ehi tu, ti rendi conto che se ce l’ho fatta io, che sbagliavo gli appuntamenti, che facevo sempre cadere le cose, che mi presentavo negli ambulatori sbagliati, ce la può fare chiunque?

Lei ha scritto la più personale delle storie eppure la dedica è “a te che stai per iniziarlo”. Perché?


Perché io voglio davvero che chi lo legge lo senta suo. Io parlo con chiunque incontro, al supermercato come nella sala d’aspetto dell’oncologa. E ho passato la vita a vedere film su film. Ecco, adesso sapere che c’è gente che cita frasi del mio libro come se fosse un film… è qualcosa di meraviglioso. È vero, nel libro ci sono io. Ma “io” di quel momento lì. Perché io sono anche tante altre cose, sono andata avanti. Ho il grande desiderio che questo libro diventi virale perché purtroppo il tumore è virale, e io con queste pagine non credo certo di combatterlo ma voglio solo far capire che ci sono tante cose belle anche nel brutto. E che non c’è e non ci deve essere un muro tra malati e sani ma una sottile linea, che chiunque può doversi trovare ad attraversare.

Da giornalista, quale domanda farebbe lei ad Anna Savini dopo aver letto il suo libro?

Le chiederei quanti punti della sua lista dei desideri ha realizzato.

La risposta?

Vuole saperlo? Nessuno! Non mi sono venute le gambe lunghe, non mi hanno invitato alle sfilate, non sono ancora andata ad Hollywood e non mi ha telefonato Quentin Tarantino per fare un film sulla mia vita. Però sono successe tante altre cose. Per esempio a 45 anni sono andata al mio primo concerto… quello di Marracash. Sì, mi è presa l’ossessione del rap, come i ragazzini. Cosa ci posso fare? È bellissimo. E poi devo fare un appello agli stilisti: siete tutti bravi a vestire le modelle, vestite una come me. Dimostrate di essere fenomeni.

Più le parlo e più sono convinta che il fenomeno sia lei. Ad ogni modo, ci sono tante coprotagoniste nella storia: sua madre, sua sorella e la mitica zia Elena che proprio il tumore si porta via a metà libro. Cosa avrebbe detto nel vedere tutto quello che le sta succedendo?

Mi dà tanto dolore sapere che lei è l’unica che non potrà mai leggerlo… vivevamo in simbiosi, mi curava l’armadio, mi preparava le valige. Diceva sempre: “Pora tusa, non sai mai cosa fare senza di me”. E soprattutto: “Tu devi essere bella perché sei mia nipote”. Le sarebbe piaciuto, molto. Sarebbe stata orgogliosissima e sarebbe stata seduta in prima fila ad ogni presentazione. Ma io sento che lei c’è, che è proprio lì.

Nel libro si domanda “perché mai dovrei fare tutta ’sta fatica per salvarmi”. Ha trovato la risposta?


Si, adesso sì. Sono cresciuta in una famiglia iperprotettiva e non ho fatto tantissime cose di quelle che tutti facevano da ragazzini. Mi sono creata questo mondo parallelo e pensavo di essere infelice. Ora sto recuperando tutto. Quando sono giù di morale, prendo la borsa e faccio qualcosa. Vado a Milano. Vado da Gucci, anche se poi finisco per non comprare niente. Sto facendo scoperte che le mie coetanee hanno fatto a 13 anni… ma chissenefrega. Fa ridere? Io rido di più. E sto imparando un sacco di cose. Perché le banalità che diventano conquiste sono i veri gradini verso la felicità.

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