I cerchi si aprono e poi fanno un po’ di strada. E non si chiudono mai, prima di averti sorpreso
Meo Sacchetti è venuto a trovarci in redazione (Foto by Varese Press)

I cerchi si aprono e poi fanno un po’ di strada. E non si chiudono mai, prima di averti sorpreso

L’editoriale del direttore Francesco Caielli

Qui non parliamo di pallacanestro. Non parliamo del Meo Sacchetti allenatore e giocatore, e non parliamo nemmeno del Meo Sacchetti ct. Qui parliamo di cerchi e della loro capacità innata di aprirsi, fare un po’ di strada, e poi chiudersi.

Questo cerchio, il nostro cerchio, si è aperto in una sera di maggio del 1990. E faceva caldo, quella sera a Masnago. Varese e Pesaro si stavano giocando lo scudetto e lui, il Meo, stava spiegando a tutti cosa fosse un giocatore di pallacanestro. Poi, quel banale contatto sottocanestro. Il ginocchio che si gira ed esplode. L’urlo di dolore salito a coprire ogni cosa e a infrangere il quello che era il sogno di una città.

Questo cerchio, il nostro cerchio, si è poi chiuso alla fine di giugno del 2015. Con Sacchetti capace di conquistare, da allenatore di Sassari, quello scudetto che da giocatore gli era sfuggito con la maglia di Varese. Eravamo contenti così: per lui, per noi, per Varese. Perché quello scudetto non vinto era rimasto lì a tutti, come un’ingiustizia e come un’incompiuta. Varese, in fondo, aveva dovuto aspettare un po’ ma poi lo scudetto l’aveva vinto: il Meo, no. E diavolo, quanto se lo meritava.

Invece quel cerchio che credevamo chiuso aveva un’altra storia da raccontare. Una storia velata d’azzurro, con il nostro Meo seduto sulla panchina più bella (e ambita, e difficile, e storica). E allora forse è davvero così: forse è vero che i cerchi sono fatti per aprirsi, fare un po’ di strada e poi farne ancora un po’ quando sembrava che fossero già arrivati dove volevano arrivare. E soprattutto che la vita è piena di sorprese, regalate quando non te l’aspetti.

C’è del personale, in tutta questa storia. L’avrete capito, insomma, che siamo di parte. Ero un ragazzino e il Meo era uno zio grande e grosso che ammiravo, era la pallacanestro. E quel ginocchio rotto aveva fatto piangere anche me. Vederlo entrare in redazione ieri, come ct della Nazionale ma soprattutto come amico, è stata una di quelle emozioni per cui ringraziare la vita.

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