Il primo discorso di Delpini alla Città

Il primo discorso di Delpini alla Città

L’arcivescovo di Milano, originario di Jerago con Orago, ieri ha parlato nella Basilica di Sant’Ambrogio

Nel suo primo discorso alla Città e alla diocesi di Milano, Delpini elogia e promuove “l’arte del buon vicinato”.

Mercoledì 6 dicembre nella Basilica di Sant’Ambrogio, alla vigilia della festa del Patrono, l’Arcivescovo ha proposto “un’alleanza” tra cittadini e istituzioni per costruire un nuovo modello di convivenza civile, rivolgendosi a fedeli, autorità, rappresentanti istituzionali e sindaci dei Comuni di tutto il territorio in cui si articola la diocesi.

Un passo del Vangelo di Matteo “Per un’arte del buon vicinato. Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?” è stato lo spunto per il discorso nel quale viene sottolineato quanto tutti possano fare qualcosa per «la costruzione della convivenza fraterna».

La figura del patrono è il modello cui ispirarsi: l’esemplare funzionario imperiale tanto ligio al proprio compito da «rappresentare l’istituzione civile da essere desiderato nel ruolo di vescovo dentro l’istituzione ecclesiastica».

L’Arcivescovo ha poi voluto elogiare «le istituzioni che si fanno carico della promozione del bene comune, della pace sociale e della promozione di una convivenza civile serena».

Ha proposto, poi, un’intesa per costruire il buon vicinato.

Magari riscoprendo e attualizzando, nelle concrete circostanze della propria vita, l’antica «regola delle decime», attestata nella Bibbia, che «invita a mettere a disposizione della comunità in cui si vive» la decima parte di quanto ciascuno dispone. «L’intenzione, che voglio formulare a nome della comunità cristiana e della Chiesa ambrosiana, di proporre un’alleanza, di convocare tutti per mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e religione».

È una impresa corale che riconosce «il contributo di ciascuno e chiede a ciascuno di non vivere la città come servizi da sfruttare o pericoli da temere, ma come vocazione a creare legami. Sono essi il luogo dell’ospitalità, della possibilità di (ri)dare nome ai soggetti, di offrire dimora alla cittadinanza fraterna e di riconsegnare le istituzioni alla comunità. Per questo tutti, tutti!, sono invitati a partecipare: chi abita da sempre in città e chi è arrivato oggi, chi abita in centro e chi abita in periferia, chi parla il dialetto milanese e chi stenta a parlare italiano, chi ha un passaporto granata, chi ha un passaporto blu, verde, rosso».

Anche in conclusione, la figura del patrono della diocesi resta centrale nell’augurio di Delpini «ci renda fieri della nostra storia, consapevoli delle nostre responsabilità presenti, lungimiranti, realisti, disponibili per l’edificazione del futuro».

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