Taglieggiato dal branco per i soldi. Ragazzino denuncia i suoi aguzzini
Il gruppetto non esitava a usare la violenza per farsi consegnare i soldi dalla loro vittima (Foto by Foto d’archivio)

Taglieggiato dal branco per i soldi. Ragazzino denuncia i suoi aguzzini

Valbossa - Un minorenne arrestato, altri tre denunciati. Le accuse: rapina ed estorsione

VALBOSSA - Un ragazzino introverso e minuto e un banda di bulli: l’incubo finisce grazie all’intervento dei carabinieri della stazione di Azzate. Il capo della baby gang, 17 anni, varesino, uno che a quanto pare ha il vizio di taglieggiare i più deboli visto che ha precedenti specifici, adesso è detenuto al Beccaria di Milano. È stato arrestato al termine di un complessa quanto efficace indagine. I suoi tre piccoli sgherri, anche loro minorenni, sono stati denunciati a piede libero.
Per tutti le accuse sono di estorsione, tentata estorsione e rapina in concorso. In tutto alla banda vengono contestati sei episodi estorsivi e quattro rapine. L’incubo per la vittima, che è di pochi mesi più grande degli aggressori, comincia nel giugno 2015. I fatto si svolgono in un comune del Valbossa. Il baby boss, che non studia e non lavora, intercetta la vittima attraverso comuni amicizie. E a quel punto per il ragazzino comincia l’incubo.

Sigarette spente sul braccio

La banda lo aspetta alla fermata del pullman, davanti a scuola, gli dà appuntamenti a Varese. Lui deve fare una cosa soltanto: pagare. Piccole cifre all’inizio: 20 euro. Poi 50 euro. Poi 70 euro. Poi 100 euro. Se non paga sono botte. Schiaffi, calvi, pugni. In un caso al diciassettenne viene spenta una sigaretta su un braccio. In un’altra occasione al ragazzo viene rubato l’orologio: dovrà pagare un riscatto per riaverlo. Lo stillicidio è quotidiano: quando il ragazzo non paga, quando chiede tempo per racimolare i soldi, il baby boss è lì.
Lo chiama, lo picchia, lo minaccia di morte. La vittima arriva persino a rubare denaro in casa per poter pagare il suo taglieggiatore. Ma quei soldi che spariscono, la madre e il padre della vittima, li notano. Mettono il figlio alle strette immaginando uno scenario diverso. Forse il giovane si è dato alla vita dissoluta. Quando il ragazzino, in lacrime, confessa la reazione dei genitori è esemplare. Lo accompagnano dai carabinieri di Azzate. E lì l’adolescente incontra il brigadiere Giuseppe Dimatteo e il maresciallo Annachiara Lerede. Giovani anche loro. Dei quali il ragazzo si fida immediatamente. I militari lo rassicurano e lavorano. Lui racconta tutto. Spiega. E parte l’inchiesta. Il baby boss e i suoi fiancheggiatori non si accorgono di quei militari che li pedinano. Li osservano. E raccolgono prove. Dopo la denuncia non sanno che la vittima non è più tale, non è più sola e che è più forte di loro. L’indagine si chiude e arriva l’ordinanza di custodia cautelare per il boss: adesso è in cella. I fiancheggiatori, che alla vista dei carabinieri sono diventati degli agnellini miti, sono stati denunciati. E l’incubo è finito.


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