Trapianto di reni: «Da persone vive è poco diffuso. Tanti i benefici»
Andrea Ambrosini, nefrologo del Circolo: «Serve cultura della donazione»

Trapianto di reni: «Da persone vive è poco diffuso. Tanti i benefici»

In sala Montanari a Varese si è tenuta una serata per sensibilizzare sull’argomento

«Il trapianto di reni da individuo vivente è poco sviluppato in Italia. Siamo al 10 per cento dell’attività e questo perché nel nostro Paese non c’è per il momento né la cultura, né la diffusione del programma. Negli Stati uniti e nel nord Europa, dove vi è anche la “donazione samaritana” (che non prevede legami di parentela o affettivi tra donatore e ricevente), si arriva al 50 per cento» spiega Andrea Ambrosini, nefrologo dell’ospedale del Circolo che si occupa di trapianti da più di 20 anni e che qualche giorno fa, in sala Montanari, in collaborazione con Arnova Onlus, ha organizzato una serata per sensibilizzare la popolazione sulla donazione di organi e sul trapianto da vivente.

Cos’è il trapianto da vivente di reni e quali benefici porta al ricevente? «In Italia, al momento, la richiesta di organi riceve risposta da donatori cerebralmente morti –risponde Ambrosini – È però la donazione da individui viventi che offre benefici maggiori. Il rene, infatti, in quest’ultimo caso viene trapiantato immediatamente. Invece, se arriva da un cadavere, il trapianto avviene anche 15 ore dopo l’espianto; bisogna dunque considerare i tempi di ischemia, in cui il rene viene conservato nel ghiaccio».

Chi dona un rene conduce una vita normale? «Dai dati che abbiamo a disposizione emerge che non c’è un sensibile aumento del rischio di sviluppare malattie renali o mortalità. I donatori, inoltre, si sottopongono a esami, controlli e visite per gran parte del resto della vita e sono così più controllati rispetto alla popolazione generale. Ovviamente, è suggerito un cambio di stile di vita, bisogna evitare il fumo e sottoporsi a controlli ecografici e della pressione».

È possibile fare attività fisica dopo aver donato un rene? «Certo, anche ad alto livello, non ci sono limitazioni. Si sconsigliano invece attività che hanno un alto rischio di traumi, come il paracadutismo. Questo per evitare di danneggiare il rene rimasto».

Chi riceve un organo a quali terapie deve sottoporsi? «Chi dona non dovrà assumere farmaci, invece chi riceve un rene diventa un trapiantato e in quanto tale dovrà sottoporsi a terapie immunodepressive per abbassare il sistema immunitario e consentire al corpo di accettare il rene. La terapia è necessaria sia se il rene arriva da un cadavere, sia da un vivente. Le terapie durano per tutta la vita dell’organo, con dosaggi alti nelle fasi iniziali che via via si abbassano».

Qual è la durata di un organo trapiantato? «Un organo, se arriva da un cadavere dura 12-13 anni, da individuo vivente più di 20 anni».

Se donatore e ricevente sono parenti, l’organo è più compatibile? «Da genitori a figli il trapianto è più facile perché metà del patrimonio genetico è uguale. Il trapianto da vivente offre risultati migliori, se poi avviene da donatore consanguineo è tutto più facile».

Come sensibilizzare sul tema? «È necessaria la diffusione della cultura della donazione – conclude Ambrosini – Il trapianto da vivente permette di bypassare la richiesta di organi e consente di eseguire trapianti che danno risultati migliori anche dal punto di vista dei rapporti tra donatore e ricevente. Con il trapianto, il donatore rinforza la sua autostima, il ricevente il senso di gratitudine».

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