«Un futuro in Senato? Se me lo chiedono...»

«Un futuro in Senato? Se me lo chiedono...»

L’ex sindaco di Varese, Attilio Fontana, si racconta dopo l’assoluzione nel caso del “corvo”

VARESE - Ad Attilio Fontana, se lo conosciamo, fare il sindaco manca un bel po’. Normale, dopo tanti anni passati con addosso la fascia tricolore e una città da mandare avanti. Normale, anche se Fontana ora è tornato a fare l’avvocato («Il lavoro più bello del mondo, il mio lavoro»). La chiacchierata è resa necessaria dalle novità di cronaca, che hanno visto l’ex sindaco di Varese venire assolto dall’accusa di abuso d’ufficio, mossagli da un “corvo” attraverso una lettera anonima. Una bella notizia, insomma.

Fontana, ha festeggiato?

No, perché ero tranquillo: sapevo che non avevo commesso nulla e sapevo che questa vicenda poteva finire solo così. Con un’assoluzione. Al di là di questo, sono cose che fanno rimanere male in ogni caso.

Cosa l’ha fatta rimanere male?

Il fatto che delle persone nelle quali avevo riposto la mia fiducia e la mia stima, poi si siano comportate in questo modo. Il fatto che per queste persone la politica sia un mezzo per aggredire i propri avversari. Vale tutto, pur di vincere. E invece non è così, non è mai stato così: io ho sempre rispettato i miei avversari politici. E molto spesso questo rispetto mi è tornato indietro, riempiendomi di gioia. Persone che nemmeno immaginereste, avversari politici con i quali mi sono scontrato anche duramente, che mi hanno riservato attestati di stima enormi.

Cosa l’ha ferita di più in questa vicenda?

Il fatto che si sia creata questa situazione in modo specioso, perché qualcuno ha agito in malafede.

Chi?

Non ve lo dico. Ma io so perfettamente chi è lui, e lui sa perfettamente che io lo so.

Cosa sta facendo, ora?

L’avvocato, e mi sto divertendo molto. Alzarsi al mattino e andare a fare il proprio lavoro felici è il regalo più bello che possa ricevere un uomo.

Con la politica ha chiuso?

No, anzi: sto facendo qualche incontro per il referendum, sono vicino a un gruppo di ragazzi giovani e appassionati e mi piace molto ascoltarli e consigliarli.

Perché?

Perché la gioventù altro non è che un momento meraviglioso nella vita di un uomo. Il futuro è loro, e ci sono tanti ragazzi che sono migliori rispetto a come li si vuole fare apparire. Non valorizzare questi ragazzi è una vergogna, e poi io mi sento ancora giovane. Mi sento uno di loro.

A Roma si litiga sulla legge elettorale. Lei come la vede?

Personalmente non mi sono mai innamorato di una formula elettorale piuttosto che di un’altra. L’importante è che si vada a votare. Piuttosto, mi stupisco nel vedere certa gente che qualche tempo fa sputava addosso al Porcellum perché era una legge elettorale che non dava la possibilità ai cittadini di scegliere i candidati, e ora difende il Rosatellum che prevede la stessa cosa. Ripeto, non mi scandalizza la legge: mi scandalizzano quelli come Fitto, per dirne uno. In politica non bisognerebbe mai fare proclami, se non si è sicuri di poterli mantenere in futuro.

Parla già come un parlamentare navigato...

Dove vuole arrivare?

Dove vuole arrivare lei, piuttosto... In Senato, magari?

L’ho sentito, l’ho sentito anch’io. Ma per ora l’ho soltanto sentito. Nel senso che nessuno me l’ha mai chiesto.

E se dovessero chiederglielo?

Ci penserei. Perché devo molto al mio movimento, moltissima riconoscenza perché mi ha permesso di vivere esperienze ed emozioni che altrimenti non avrei mai potuto vivere. Quando ho vinto le elezioni a Varese non ho vinto io, non ha vinto Fontana: ha vinto un certo modo di pensare e di vivere la politica.

Quindi, se le chiedessero di candidarsi le piacerebbe?

Sì, certo. Moltissimo.

Dove ha parcheggiato oggi?

Sotto lo studio. Dove ho un posto auto. E non le dico altro, perché non voglio fare polemica. Ecco, dico solo che leggo i giornali, e che leggo di tanta gente che è stata messa in difficoltà da questo piano sosta.

Nessuna frecciata alla giunta Galimberti?

No, assolutamente. Certo, dà un po’ fastidio ascoltarli ogni volta dire che ogni problema è colpa di chi c’era prima. Alla lunga diventa stucchevole, ma alla lunga è una scusa che non regge più.

Referendum. Perché votare e perché votare sì.

Perché se non si dovesse andare a votare si dimostrerebbe che i lombardi non sono così interessati a un po’ di autonomia e alla possibilità di spendere un po’ dei propri soldi. Questo referendum non andrà a creare danni ad altri, ma servirà utilizzare meglio le risorse a disposizione a favore di tutta la comunità. Servirà a Maroni per andare a Roma a parlare di questi argomenti con delle carte validissime in mano. Perché chi ci è andato finora, regioni come la Toscana e il Piemonte, hanno preso solo schiaffi in faccia. Ecco, noi questi schiaffi non li vorremmo prendere, e serviranno un bel po’ di sì.

Ecco, appunto. Perché il peso del voto dipenderà soprattutto dall’affluenza. Avete un’idea di un numero che potrebbe significare un successo?

No, sinceramente non mi sono fatto un’idea del numero. Di certo, l’affluenza sarà il dato più rilevante, e la speranza è che alla fine vadano a votare diversi milioni di aventi diritto. Non ha senso, davvero, non ha senso stare a casa: questa volta c’è la possibilità di far sentire la nostra voce, di farla sentire sul serio. E allora facciamola sentire tutti, questa voce.

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