«La mia alba unica sul Kilimangiaro»
Achille Franzetti e il compagno di scalata Roberto Perfetti a Uhuru Peak, 5895 metri di altezza, vetta del Monte Kilimangiaro e punto più alto del continente africano

«La mia alba unica sul Kilimangiaro»

Impresa del manager 52enne Achille Franzetti, con il compagno Roberto Perfetti sul tetto dell’Africa

“Nel continente nero, alle falde del Kilimangiaro”, cantava Edoardo Vianello negli anni sessanta in una famosissima canzone, ma Achille Franzetti, manager di 52 anni di Malgesso, ha fatto molto di più, conquistando la vetta del celeberrima cima che si trova in Tanzania.

Il piccolo paese del medio Verbano si conferma terra di scalatori; dopo le gesta del malgessese Luca Moroni, che ha conquistato la vetta del monte Danali in Alaska, vi raccontiamo la straordinaria avventura di Franzetti e del suo compagno di cordata Roberto Perfetti. «La frequentazione della montagna ha sempre fatto parte del mio dna, soprattutto come sciatore e trekker nel periodo estivo - spiega Achille - ma la passione vera e propria è scoppiata una decina di anni fa dopo una salita alla Capanna Margherita sul Monte Rosa insieme con una comitiva del Cai».

Da quel momento è un continuo crescendo di esperienze, soprattutto sul Monte Rosa, dove il manager scalatore malgessese sale quasi tutte le cime sopra i quattromila metri. L’idea di scalare il Kilimangiaro nasce quasi per caso. «All’inizio di quest’anno - racconta Franzetti - il carissimo amico e collega di lavoro Roberto Perfetti mi ha chiamato una mattina, mentre ero in coda come al solito sull’Autolaghi, proponendomi di andare a scalare il Kilimangiaro. Detta così all’improvviso, sembrava quasi una battuta, una cosa detta per rompere la solita monotonia del traffico, ma poi in realtà abbiamo cominciato insieme a consultare le centinaia di agenzie su internet». Trovata quella giusta, gestita da un italiano è iniziata l’organizzazione del viaggio che si è svolto in questo mese di luglio ed è durato in tutto dieci giorni. I due scalatori hanno percorso la via Machame, dormendo in tenda; fatica ripagata dalla visione di panorami mozzafiato.

«L’acclimatamento all’altitudine è stata la chiave per scalare questa montagna, percorrendo sentieri oltre i 4500 metri per poi scendere a dormire anche a settecento metri» sottolinea Achille. La gioia più grande è stata ovviamente il raggiungimento della vetta a Uhuru Peak il punto più alto del continente africano a 5.895 metri, ancora avvolto dalle nuvole.

«In cima siamo riusciti a vedere tutta le bellezza del sorgere del sole, che compie il miracolo di spazzare via completamente le nuvole mostrandoci il panorama incredibile del ghiacciaio sul bordo del cratere - prosegue lo scalatore di Malgesso - La nostra felicità è salita a mille, anche perché non ho avvertito assolutamente nessun sintomo del temuto “mal di montagna” e sono riuscito persino a respirare senza affanno». Dopo le foto di rito, il ritorno alla base e il meritato riposo dopo dieci giorni provanti a livello fisico e psicologico. «Dopo il nostro trasferimento per l’ultimo pernottamento africano, la cosa più desiderata è la doccia che ci sembra un paradiso dopo giorni di acqua razionata» conclude Franzetti, con ancora negli occhi e nel cuore quello spettacolo unico che solo la natura può offrire.


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