Morte della moglie, il gip ha deciso. «Si indaghi ancora su Piccolomo»
Marisa Maldera morì nell’auto in fiamme guidata dal marito Piccolomo: per l’accusa non fu un incidente

Morte della moglie, il gip ha deciso. «Si indaghi ancora su Piccolomo»

I magistrati si oppongono alla richiesta di archiviazione: «Avanti per un altro anno». Esultano le figlie: «Uccisa da nostro padre. Sono 13 anni che aspettiamo giustizia»

CARAVATE - Morte di Marisa Maldera, il giudice per le indagini preliminari: «No all’archiviazione, si indaghi ancora su Giuseppe Piccolomo». Il gip di Varese Stefano Sala, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda, ha disposto di indagare ancora sulla morte di Marisa Maldera, prima moglie di Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ ergastolo per il”delitto delle mani mozzate”, in cui fu uccisa, a Coquio Trevisago, Carla Molinari. La procura di Varese aveva chiesto l’archiviazione dall’accusa di omicidio volontario per la morte di Maldera. La donna nel febbraio 2003 rimase carbonizzata dentro l’auto guidata dal marito. Il «supplemento di indagini» è per «un anno».

«Non fu un incidente»

Manfredda ha avocato l’inchiesta subito dopo la richiesta di archiviazione da parte del pm varesino. Secondo il sostituto pg, che mercoledì scorso è venuta a Varese in udienza per sostenere l’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata da Nicodemo Gentile, legale di Tina e Cinzia Piccolomo, le due figlie di Giuseppe, che da sempre sostengono che quello non fu un incidente ma un omicidio volontario. Sono state le stesse Cinzia e Tina, dopo aver parlato con il sostituto pg durante l’udienza d’appello per l’omicidio di Carla Molinari discussa da Manfredda che ha ottenuto la conferma della condanna all’ergastolo per Piccolomo. Da quell’incontro è nato l’interessamento della procura generale che ha spinto la procura varesina a riaprire l’inchiesta (Piccolomo aveva patteggiato a un anno e quattro mesi 13 anni fa per omicidio colposo) ottenendo poi una proroga delle indagini doppia rispetto a quella richiesta: non sei mesi, ma un anno, per fare luce su quello stranissimo incidente e accertare le eventuali responsabilità di Piccolomo che resta formalmente indagato per l’omicidio volontario della prima moglie.

Un doppio movente

«Quella appena ricevuta è una bellissima notizia – ha commentato ieri Tina Piccolomo – Sono 13 anni che mia madre attende di avere giustizia. Adesso abbiamo una possibilità concreta di arrivare alla verità per nostra madre. È così palese che quel mostro l’ha uccisa, 13 anni fa il fatto fu preso sotto gamba. Passò la versione dell’incidente stradale ma non è così». Cinzia e Tina hanno anche individuato un doppio movente a carico del padre: «Il movente economico. Quando quella notte nostro padre fu interrogato – dice Tina – dichiarò che mia madre non aveva un’assicurazione sulla vita. Ha mentito: a dicembre lui le aveva fatto stipulare una polizia. E’ morta a febbraio. E poi il movente passionale: nostro padre aveva una relazione con la lavapiatti marocchina che lavorava nel nostro ristorante. La sposò pochi mesi dopo la morte di mia madre. Quello non fu un incidente». Soddisfatto anche Gentile: «Crediamo moltissimo in questa indagine – ha detto il legale – Il gip ha ritenuto validi i nuovi elementi sui quali abbiamo basato la nostra richiesta di opposizione. Fatti nuovi che a nostro parere ridisegnano il quadro dell’accaduto meritando di essere approfonditi e superando il ne bis in idem». Ovvero quel principio che vieta di processare un indagato due volte per lo stesso reato e che costituirà la leva più potente per Stefano Bruno, difensore di Piccolomo.


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