20 DOMANDE a Luisa Oprandi Dopo la Russia tutti al Molina Rouge

Luisa Oprandi, dirigente scolastica e consigliere comunale del Pd, si racconta. Tra viaggi, risotti e grandi sogni

Pici, deriva da un nomignolo che usavano i miei genitori quando ero piccola. È il diminutivo di Picio Pacio, che era un tappetino che riproduceva le pozzanghere e veniva usato nelle pubblicità per i bambini. Siccome ero un maschiaccio, sempre fuori a giocare, e avevo sempre le scarpe sporche, Picio Pacio. Oggi Pici.

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Preside, dopo avere fatto per 32 anni l’insegnante di lettere.

Sì, dai

L’Inter da sempre. È una tradizione di famiglia

Risotto. Se devo scegliere preferisco alla milanese o coi funghi, ma il riso mi piace in tutte le sue varianti. E lo cucino molto bene.

Da ragazza ho praticato tanta pallavolo e palestra. Da gennaio mi sono ripromessa di ricominciare con il pilates.

Sono del partito democratico, centrosinistra, non malerbiana.

Montagna.

I

l grana. Ne ho sempre una bella scorta perché lo uso in tantissimi modi.

Vino bianco.

La borsa. Pesa parecchio, perché ci tengo dentro la casa, ma riesco a tenerla in spalla anche mentre rifaccio il letto.

In viaggio. Ho visitato quasi tutta l’Europa, mi mancano la Russia, le repubbliche baltiche e i paesi scandinavi. Ma ci tengo a dire che ho girato tutte le regioni italiane.

Varese. Perché mi piace molto respirare aria di casa. Ricordo che quando studiavo all’università a Milano e facevo la pendolare vedere i sassi di Malnate dal treno, sulla via del ritorno, mi rendeva felice.

Aprire un piccolo ristorante quando andrò in pensione. Voglio che sia un ristorante letterario, dove si faccia cabaret dialettale. Mi piace creare luoghi di ritrovo e vorrei realizzare un posto, a Varese, in cui le persone possano cenare tra buona musica e bei monologhi. Pensando alla vecchiaia vi confesso che mi piacerebbe anche fare un bel “Molina Rouge”, una bella casa di riposo arzilla e vivace.

La mia prima volta in cui ho bigiato è stata al liceo. Ero con una cara amica e compagna di scuola che frequento ancora oggi. Indossavamo entrambe dei k-way, uno rosso e l’altro giallo canarino e tutte e due avevamo delle inconfondibili trecce. Bigiammo la lezione di chimica, ricordo ancora che erano le prime due ore del lunedì, e andammo ai giardini pubblici. Giusto quel giorno, però, il prof decise di portare la classe all’orto botanico, proprio dietro a Palazzo Estense. La nostra acconciatura e i nostri colori sgargianti non passarono inosservati: ci scoprì e ci riportò dritte dritte a scuola.

Nelson Mandela.

“La città della gioia” di Lapierre, ma anche “Marianella e i suoi fratelli” che lessi nel 1983. Ma anche i libri del cardinale Martini e di monsignor Tonino Bello sono stati molto importanti per me.

“A Te” di Jovanotti. Se vogliamo andare indietro anche “Luci a San Siro” di Vecchioni. Come film “Il miglio verde” e “L’albero degli zoccoli”.

La fine di ogni tipo di guerra. Quelle grandi e quelle che si creano per orgoglio, perché si fa fatica ad ascoltare e perché si tende a voler prevalere sugli altri. Spero nella cessazione tanto dei conflitti storici quanto personali. Certo, è un sogno, ma che quantomeno si abbia il desiderio di realizzarlo.