Autorità, gentili ospiti, cari colleghi,ci ritroviamo dopo un anno nel quale abbiamo trattenuto il respiro. Abbiamo attraversato, stiamo ancora attraversando, una delle crisi più pesanti che la storia del capitalismo ricordi. Non serve cercare paragoni storici. Per noi, per ciascuno di noi, quella che stiamo vivendo è la crisi più grave in assoluto, la più profonda che mai abbiamo dovuto affrontare.Una crisi che ha messo a nudo la fragilità dell’Europa e, insieme, la necessità di un intervento coordinato dei Governi e delle grandi autorità, come le banche centrali. E’ come se la macchina dell’economia avesse innestato improvvisamente la retromarcia e i meccanismi di mercato, che prima sostenevano il circolo virtuoso della crescita, avessero iniziato ad alimentare il circolo vizioso della crisi. E’ una crisi che ci sta mettendo davanti a punti di non ritorno. Ci troviamo di fronte
alla necessità di profondi cambiamenti: di passo, di strategia, di visione.Occorre sperimentare il nuovo. Perché non ci sono schemi astratti, modelli prefabbricati, soluzioni facili. C’è un cammino il cui risultato è direttamente proporzionale al coraggio e alla determinazione che ognuno di noi può mettere nell’affrontarlo. C’è una parola che definisce questo passaggio e che oggi vogliamo mettere in primo piano, nel nostro confronto. Questa parola è: metamorfosi.Metamorfosi vuol dire innanzitutto rinunciare ai vecchi schemi e alle consolidate certezze. Metamorfosi vuol dire creare strutture nuove, definire competenze innovative, aggiornare l’organizzazione di comando, modificare la logica della programmazione, sviluppare nuovi strumenti di analisi. Una metamorfosi che passa in primo luogo dalla maturazione della coscienza del cambiamento in tutte le molteplici forme in cui esso si manifesta.Economico. Individuale. Sociale, politico e associativo. In ognuna di queste dimensioni sta infatti mutando il mondo.
LA METAMORFOSI ECONOMICA
In economia. Negli ultimi due anni abbiamo cambiato scala. Siamo passati dall’applicare la logica dello sviluppo lineare ad una logica di tipo esponenziale. Non si tratta di una semplice formula matematica. Si tratta delle nuove dimensioni della nostra possibile crescita. Ci eravamo ormai abituati a tassi di crescita nell’ordine di pochi punti decimali. Prima della crisi in Italia ci misuravamo con variazioni del Pil che oscillavano mediamente tra il + 0,8% ed il – 0,5%.
Lo scorso anno siamo approdati giocoforza ad una logica diversa. Ci siamo misurati, nostro malgrado, con riduzioni degli ordini e del fatturato: di un quarto, di un terzo. La produzione industriale dai primi mesi del 2008 è stata tagliata del 25%, non solo azzerando la crescita, ma addirittura tornando ai livelli della metà degli anni Ottanta … 25 anni fa! Di fronte a questa realtà solo una profonda metamorfosi dei nostri comportamenti ci può permettere di passare ad una nuova logica di sviluppo.
Ma per far questo dobbiamo maturare coscienza di ciò che sta accadendo. Usciamo dalla metafora. Osserviamo i fenomeni nel loro divenire. Il cambiamento nei pesi geo-economici del pianeta sta creando altrove nuovi potenti motori di sviluppo. Mentre l’Europa fatica a raggiungere una crescita dell’1%, nei Paesi emergenti asiatici, e non solo in quelli, ci si attende quest’anno una crescita dell’8,7%. Lì bisogna in qualche modo esserci – industrialmente o commercialmente o logisticamente – se si vogliono cogliere le occasioni.
Ma ancor più importante è la metamorfosi avviata grazie alle tecnologie telematiche. Tutti i processi produttivi sono divenuti frammentabili in segmenti che possono essere staccati uno dall’altro, fatti uscire dalla fabbrica tradizionale (o dall’ufficio o dal laboratorio) e collocati anche fisicamente a grande distanza. E sin qui si tratta di semplice cambiamento. Un cambiamento che avevamo iniziato a metabolizzare e che pensavamo riguardasse quasi esclusivamente il lavoro manuale. Tuttavia l’incredibile accelerazione impressa da una crisi così selettiva, ci costringe a guardare questo fenomeno non come ad una progressiva trasformazione del tessuto produttivo che interessa solo alcune fasce di lavoro, ma come una vera e propria metamorfosi dell’intero sistema.
Non sono più solo casi isolati quelli di imprese che esternalizzano la contabilità, che è parte integrante della catena del valore, affidandola ad esperti contabili indiani; oppure, di aziende che producono componenti ad altissima tecnologia ed affidano alcune elaborazioni grafiche computerizzate a gruppi di ingegneri cinesi situati a Shangai; o, in altro campo, microchirurghi coreani che manovrano da Seul una console i cui terminali robotizzati stanno in una sala operatoria a Milano. Da questi esempi si coglie subito una novità: stiamo parlando di funzioni, compiti, abilità di grado avanzato, che presuppongono istruzione alta, in qualche caso altissima, di cui in molti Paesi emergenti inizia ad esserci abbondanza, addirittura più che nei nostri Paesi avanzati.
E’ questa la novità. E’ questa una delle metamorfosi che dobbiamo prepararci ad affrontare. Quella che dice che il nostro modello di sviluppo non ci rende indenni dalla necessità di cambiare. La tradizione manifatturiera ci offre sicuramente un vantaggio competitivo da non sottovalutare, ma da sola, senza un cambiamento radicale nei nostri comportamenti d’imprenditori, non ci salverà.
LA METAMORFOSI DEI COMPORTAMENTI INDIVIDUALILa metamorfosi non è solo economica. Riguarda gli individui. I loro comportamenti. Si devono modificare, e si stanno modificando significativamente, le attitudini, l’etica, i valori. Sta cambiando ciò che ciascuno cerca come propria affermazione personale. E di conseguenza stanno cambiano i gusti. Tutti hanno tutto. I consumi diventano più selettivi. Si privilegiano consumi di apparenza. Consumi che consentano gratificazioni della persona con una spesa contenuta.Resistono, nonostante la crisi, o forse proprio a causa della crisi, i consumi di evasione. Non si rinuncia ai consumi di socialità, alla iper-connessione. Aumenta
l’interesse tra i giovani verso il consumo naturale ed eco compatibile. Accanto ai gusti ed ai valori si spostano importanti componenti di reddito, si modificano i comportamenti d’acquisto. E la struttura produttiva con le specializzazioni di ieri, non necessariamente sarà la stessa delle specializzazioni del domani.Una ragione in più per prepararsi alla metamorfosi, anche in un territorio di lunga tradizione industriale che deve riadattarsi al futuro. Una metamorfosi che, speriamo, possa essere un motivo in più per recuperare quel sano principio per cui tutto va conquistato con sacrificio e nulla è da considerarsi “dovuto”.
LA METAMORFOSI SOCIALE, POLITICA ED ASSOCIATIVA
Il cambiamento degli atteggiamenti individuali ha un riflesso anche sul nostro modo di stare insieme e quindi sui comportamenti sociali. Sulla politica. Sull’associazionismo.
Il disagio è sotto lo sguardo di tutti. Anche in questo campo si sta compiendo un ciclo. Come è avvenuto prima in ambito finanziario, stanno venendo ora a maturazione delle bolle di crisi.
I sintomi sono ben visibili. Crescono gli individualismi, aumenta la frammentazione e per questo si fa più fatica a trovare immedesimazione nelle consuete forme di rappresentanza politica. Si affievolisce la componente legata agli ideali come spinta ad aggregarsi. Aumenta invece la componente ideologica, ma impiegata strumentalmente. Si indebolisce la fiducia nella dimensione collettiva e viene meno la volontà di partecipazione. In questo difficile scenario non si legge come risposta, viceversa, la necessaria metamorfosi della politica. Essa appare timida e quasi impotente di fronte ad una società in cui si accentua il peso di fenomeni di lungo periodo: l’invecchiamento della popolazione, la scarsa crescita demografica, il forte aumento delle spese sanitarie e previdenziali, la necessità di drastiche iniezioni di modernità nel sistema educativo.
I Governi, in passato, hanno troppo spesso indossato gli occhiali da presbite: hanno guardato al breve periodo, hanno attuato politiche di corto respiro, hanno lasciato correre la spesa senza preoccuparsi degli effetti di lungo termine. La recente manovra varata dal Governo, in stato di necessità, ha il merito di aver iniziato ad introdurre alcune apprezzabili misure che chiedevamo da tempo. Sono tuttavia ancora troppo pochi gli interventi strutturali in grado di incidere radicalmente sui meccanismi di formazione della spesa pubblica.
Il debito pubblico italiano resta il più alto d’Europa e, a questo debito esplicito, si affianca, ancora più grande, il debito nascosto del sistema previdenziale. E’ questo un tema sul quale si sono prese in queste settimane prime positive decisioni, tuttavia il sistema rimane ancora in larghissima parte a ripartizione e, quindi, assegna alle generazioni future il compito di finanziare pensioni sempre più alte e sempre più a lungo. E’ questo debito, sono questi debiti, un fardello via via più pesante sul sistema produttivo e non solo. Un fardello il cui peso si acuisce improvvisamente quando eventi inattesi innescano una serie di reazioni a catena che il singolo Governo non è più in grado di arginare da solo. Il recente caso della Grecia ne è stato un drammatico esempio, ma nello stesso tempo ha lanciato un utile monito: alla lunga non esiste impunità.
I mercati finanziari, nel loro asettico cinismo, non perdonano. Il debito, se non si interviene sui meccanismi generatori profondi, prima o poi si trasforma inevitabilmente in pressione fiscale, in mancanza di libertà nella dinamica delle imprese, in vincoli per le future generazioni. Osservazioni che possono sembrare uno stanco rituale. Ma non è così. L’urgenza è vera ed interessa tutte le economie avanzate se è vero che il Fondo Monetario Internazionale stima che il rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo in queste economie salirà di circa 40 punti percentuali a seguito degli interventi di stimolo messi in atto per contrastare la caduta della domanda.
Davanti a questo accumulo di debiti la politica si muove con difficoltà sui territori controversi delle strategie anticrisi, con risorse limitate, ma soprattutto con una capacità progettuale ancora molto legata alle tradizionali terapie.
Le difficoltà dell’economia, il cambiamento dei comportamenti, la progressiva sfiducia nel momento collettivo si riflettono inevitabilmente anche sul sistema di rappresentanza associativa. Anche il nostro mondo, quello dei tanti imprenditori che oggi hanno dimostrato con la loro presenza di credere nell’associazione, non può considerarsi immune da una riflessione sulla propria metamorfosi. Se dieci anni fa il problema poteva essere quello di offrire, accanto alla rappresentanza, servizi ed assistenza alle imprese per crescere singolarmente, oggi il problema è quello di costruire una nuova identità collettiva. Un crogiuolo che permetta una crescita per aggregazione.
La rappresentanza deve essere re-identificata. Osserviamo con scetticismo fenomeni che alimentano la frammentazione, l’individualismo e che giocano su supposti conflitti d’interesse. Non crediamo utile l’idea di distinguo dimensionali portati all’eccesso. Non ci piace l’idea di dover ragionare per classificazioni dimensionali rigide. Nutriamo ancora un’illusione: quella che l’impresa sia una buona o una cattiva impresa, non per le sue dimensioni, ma per la qualità dell’organizzazione imprenditoriale che sa mettere in campo, per le capacità manageriali di chi la guida, per il livello di condivisione degli obiettivi tra tutti coloro che vi lavorano, nessuno escluso. Una buona impresa non è né piccola né grande, è una realtà in cui si condividono e si realizzano sogni di crescita.
Ora più che mai l’ambito associativo, tutti gli ambiti associativi hanno un ruolo importante da giocare, proponendosi come catalizzatori di idee, come amalgama di comportamenti, come luoghi di compensazione per la composizione degli interessi. In questo consiste la nostra metamorfosi.
CRESCERE SI PUÒ: CAMBIANDO
L’avere ragionato sui grandi cambiamenti che ci aspettano non deve portarci a coltivare atteggiamenti di scoraggiamento. Occorre rifuggire la sottile tentazione che pericolosamente rischia di mettere radici nella società: la tentazione di pensare che la crescita economica sia un retaggio del passato. La crescita è prima di tutto un dovere.
Faccio mie le parole di Emma Marcegaglia: «Signori del Governo e dell’opposizione, amici del sindacato, colleghi delle altre associazioni, noi dobbiamo chiedere a chi ha la responsabilità di condurre il Paese di non sbagliare tattica e strategia. Di prendere le decisioni giuste.
Di farlo in tempi rapidi. Altrimenti saranno le imprese, i loro lavoratori e le loro famiglie, l’Italia tutta e per primi i cittadini più deboli a pagare il prezzo più alto».
A queste parole aggiungo che l’impegno primario è certamente quello della politica, quella praticata a livello nazionale, così come quella del nostro quotidiano praticata a livello locale, e noi non ci sentiamo ovviamente chiamati fuori. Anzi sentiamo forte la sfida di contribuire ad un rilancio dell’economia a partire dalle nostre imprese. A partire dalla nostra associazione. A partire da un patto con il sindacato che a livello locale ha sempre tenuto, anche in un periodo di crisi profonda come quello che stiamo attraversando, e che, quindi, non può che essere unanimemente apprezzato. A partire da rinnovate intese con un sistema finanziario e bancario, che torni a sostenere l’attività delle imprese che creano occupazione ed investono nonostante tutto, nonostante tutti.
Gli shock improvvisi, come la crisi che stiamo vivendo, si innestano sui lenti, ma inesorabili cambiamenti di fondo con un effetto dirompente, che è difficile, ma indispensabile, valutare. Non dimentichiamo la lezione della storia: la crescita ha sempre offerto le risorse necessarie per affrontare i problemi e trovare le soluzioni. Solo con una crescita forte l’Italia può sperare di allargare la partecipazione al benessere, di creare posti di lavoro, di superare gli squilibri territoriali, di offrire ai giovani la speranza di mettere a frutto le loro capacità e le loro passioni. Ma nel processo di cambiamento possiamo e dobbiamo ripartire dalle certezze dei valori che ci appartengono. Dobbiamo tornare a valorizzare gli atteggiamenti che combattono l’individualismo esasperato che contraddistingue questi tempi. Dobbiamo ritornare alla responsabilità dei comportamenti di tutti, nessuno escluso. Dobbiamo garantire la legalità in tutti i rapporti, economici e sociali. Un campo, questo, in cui non possiamo non registrare importanti positivi risultati.
Dobbiamo ri-condividere un codice etico che dia merito al merito, quello che ci ha permesso, anche in una crisi così profonda, di limitare i danni dello sfilacciamento sociale grazie agli ammortizzatori, ma anche grazie al tessuto familiare che ha agito da rete di protezione facendo ricorso al risparmio. Una menzione particolare merita, in questo frangente, la collaborazione dei nostri dipendenti che, pur in un momento così difficile, abbiamo sempre sentito accanto.
Dobbiamo continuare a credere nell’impresa, nella sua capacità creativa ed organizzativa. Dobbiamo investire nella capacità di accompagnare le persone che in essa lavorano verso un futuro. Un futuro senz’altro diverso dal presente, ma ancora contrassegnato da occasioni di crescita. Ricostruire su questi pilastri sarà altrettanto difficile quanto necessario, ben sapendo che non ci avviamo oltre le colonne d’Ercole dell’ignoto, ma possiamo navigare nella consapevole certezza delle nostre capacità.
Diventa allora fondamentale cogliere le opportunità, muoversi sui fronti della strategia e dell’organizzazione, sfruttare i segnali anche timidi e incerti che nascono dal contesto economico. Con un’attenzione in più. Un’attenzione al tempo. Un tempo che ha cambiato prospettiva: è diventato più rapido e soprattutto imprevedibile, non fluisce più secondo un’evoluzione programmata e programmabile, ci ha abituato a rapidi mutamenti di scenario, soprattutto nelle dinamiche scientifiche e tecnologiche, così come nei comportamenti delle persone e nelle tendenze della società.
Solo maturando queste consapevolezze saremo capaci di accettare il cambiamento non come una minaccia, ma come una sfida che richiede di esercitare insieme l’arte della leadership e quella della delega, l’etica dei comportamenti e la forza di nuove strategie. Saremo in grado di accettare quella continua selezione darwiniana che lascia sul campo vincitori e vinti. Ben sapendo che la vittoria è semplicemente la conquista di un nuovo punto di partenza e che la sconfitta è soprattutto un forte segnale della necessità di rimettersi in discussione.
LA METAMORFOSI: COME PRATICARLA
La prima metamorfosi è, quindi, quella degli individui. E’ la metamorfosi fondamentale, che ci investe tutti nella nostra qualità di persone. E’, a nostro parere, una metamorfosi matura per essere praticata. Perché tutti percepiamo il disagio dei tempi. Alcuni osservatori attenti leggono in questo disagio i segni della fine di un ciclo, non solo economico, ma anche sociale. Quasi che lo scoppio delle bolle finanziarie abbia portato a maturazione anche altre bolle. Sicuramente la sensazione è quella di un fermento di individualismi che ha bisogno di trovare una canalizzazione positiva, che ci porti a superare la sindrome del “Io ci sto, ma non c’entro” e permetta di guidare il passaggio ad una nuova dimensione per crescere.
La metamorfosi di cui abbiamo bisogno è quella degli atteggiamenti. E’ probabilmente quella meno governabile in assoluto perché investe la singola persona. Ma è anche quella sulla quale hanno più influenza i valori trasmessi, tramite l’esempio, dalla famiglia, dalla scuola, dalle classi dirigenti. La seconda metamorfosi da praticare è quella della politica, che, oggi più che mai, deve saper guardare al futuro e guardare fuori dall’orizzonte strettamente locale o nazionale. Guardare al futuro. Perché i vincoli di un mercato che non perdona richiedono lungimiranza e la minor disponibilità di risorse richiede coraggio nelle scelte.
A partire da quelle strutturali che in maniera più incisiva possono realizzare i tagli di spesa necessari. A partire da quelle per il “capitale umano”, principale aggancio ad un futuro di crescita. Valorizziamo il sistema scolastico, valorizziamo il sistema universitario. Apriamolo al mondo ed avremo il mondo da noi. Selezionando i docenti e gli atenei migliori, indipendentemente dall’essere pubblici o privati, premiando quelli che sanno garantire ricerca di qualità e mantenere i collegamenti con una rete internazionale di università di eccellenza.
Confindustria, con il documento “Italia 2015”, ha formulato precise proposte di azione su questo tema e, più in generale, su quelle che consideriamo le questioni cruciali: energia, credito, fisco, giustizia, infrastrutture, lavoro, liberalizzazioni, pubblica amministrazione e ricerca. Non le riprenderò oggi, sono sicuro che la Presidente Marcegaglia, a cui va il merito di tanta concretezza, lo farà con la necessaria efficacia ed incisività.
Tuttavia, accanto a tali riforme strutturali, ve ne sono altre del presente che non costano e fanno risparmiare. Sono quelle che modificano le modalità di intervento della pubblica amministrazione, che agiscono sui tempi e sulla rimozione degli ostacoli. Sono quelle che puntano sì a semplificare, ma anche a dare certezza delle norme.
Sono quelle che permettono di salvare il patto sociale degli italiani anche contrastando un’evasione fiscale che crea squilibri, territoriali e non, nella ripartizione dei sacrifici. Un’evasione che non permette di applicare il primo principio di equità: quello di abbassare le aliquote su chi le imposte le paga.
Un’evasione sulla quale, va riconosciuto, la recente manovra ha opportunamente aumentato il livello di attenzione. Di queste riforme di metodo, ne beneficerebbero senz’altro le imprese, ma ne beneficerebbe l’intero Paese. Semplificando i processi e rendendoli nel contempo più trasparenti. Mettendo in atto quei principi di controllo che già esistono, migliorerebbe innanzitutto l’immagine di una politica più attenta al rinnovato bisogno di etica dei cittadini. Più attenta ai tempi dettati dalla metamorfosi dell’economia. Guardare oltre l’orizzonte locale e nazionale. Lasciatemi spendere qualche parola sul nostro stare in Europa. Le vicende di queste settimane hanno messo in evidenza la fragilità di un’Unione ancora debole e frammentata nelle decisioni politiche importanti. La titubanza è stata subito colta dai mercati.
E’ un rischio che non possiamo permetterci. Ci auguriamo che l’accordo raggiunto in extremis all’inizio di maggio sia un punto di svolta importante per il superamento delle divisioni interne. Così come ci auguriamo che l’Italia sappia stare in Europa con proposte concrete, come ha dimostrato di saper fare, e con il ruolo che compete ad uno dei Paesi fondatori dell’Europa Unita. La terza metamorfosi è quella delle imprese. Quella che oggi sentiamo a noi più vicina. In questo ambito abbiamo davanti una sfida forte. Una sfida che si vince superando alcune tentazioni.
La prima tentazione è quella di “replicare quello che sappiamo già fare”. Concentrarsi nel fare sempre meglio la stessa cosa può distoglierci dal cambiamento. Elemento essenziale per sopravvivere in un momento di scenario mutante. La seconda tentazione è quella del “non rischiare per difendere quello che abbiamo”. Quando il mondo attorno cambia così velocemente e profondamente, quando sono tante le tempeste economiche non serve erigere muri, serve piuttosto rimettersi in gioco ed azzardare. Sappiamo che la tentazione è forte, che ci vuole coraggio ed incoscienza soprattutto in un’economia arrivata alla terza, a volte quarta generazione. Eppure abbiamo incontrato imprenditori che questa sfida la raccolgono convinti che stare fermi ad aspettare gli eventi sia l’anticamera di una sicura deriva. La terza tentazione è quella del “faccio tutto da solo”. E’ forse la sindrome più diffusa in un’economia a forte dimensione familiare e grande diffusione d’impresa. Un’economia cresciuta applicando il principio della competitività corta, quella che ci porta a misurarci, lungo le generazioni, con il nostro concorrente che in genere è anche un nostro vicino. Quanta parte dei nostri distretti ha trovato alimento in questo modello? Concentrati sulla necessità di “marcare” il vicino abbiamo trascurato quello che avveniva lontano da noi, nell’altra parte del mondo: la competitività lunga.
Cambiano i concorrenti, deve cambiare anche il nostro modo di competere. Dobbiamo passare alla cooperazione corta, cercando alleanze magari a partire da coloro che meglio conosciamo per averli studiati così a lungo. Se questo tema delle alleanze di rete poteva essere avveniristico sino ad un anno e mezzo fa, ora, sulla spinta della metamorfosi economica, diventa incalzante ed inizia, non senza qualche difficoltà, ad essere praticato.
Da qui partiamo, infine, per trattare la metamorfosi associativa. Perché quello che chiediamo agli imprenditori, per essere credibili, lo dobbiamo praticare noi per primi. Dobbiamo, anche noi, evitare di replicare ciò che già sappiamo fare, declinando in maniera nuova la rappresentanza. Passando dall’analisi per suggerire alla concretezza dello sperimentare. E’ così che la logica della metamorfosi investe direttamente anche la nostra strategia di associazione. Perché la difesa dei nostri interessi richiede sempre di più che, alla mediazione, si affianchi la proposta, che la sollecitazione apra la strada all’iniziativa, che ai richiami si aggiungano modelli concreti di operatività cooperativa. Dobbiamo assumere il rischio di cambiare e possiamo farlo aiutando le imprese a non essere sole.
Questa è la strada che abbiamo scelto e sulla quale ci stiamo impegnando. E’ un modo nuovo di interpretare l’associazionismo. Un modo che mira a trovare quel minimo comune denominatore che permette alle imprese di stare insieme. Un minimo comune denominatore spesso latente e che va fatto emergere per favorire le aggregazioni.
Lo stiamo sperimentando con successo nella costruzione, ad esempio, del distretto aerospaziale lombardo. Un processo lungo di creazione e valorizzazione di un’identità comune in cui imprese di diversa dimensione possono trovare identificazione. Un processo che avvia un dialogo, al di fuori dello stretto legame cliente-fornitore e che mette a fattor comune interessi e conoscenze a favore di uno sviluppo più ampio.
Un processo che attraverso la mappatura delle conoscenze e delle competenze esistenti sul territorio lombardo permette di individuare i fabbisogni comuni, di indirizzare le progettualità, di sviluppare l’offerta formativa e di favorire l’infrastrutturazione tecnologica a sostegno dello sviluppo dell’intero sistema. Lo stiamo sperimentando attraverso le attività di una holding di partecipazione, con cui chiamiamo le imprese a contribuire, con un atto di lungimiranza, a sostenere i progetti di crescita di altre imprese che si generano sul territorio secondo un modello nuovo. Una realtà, questa, che è stata lanciata in uno dei periodi più difficili della finanza e che ora ha iniziato a produrre i primi positivi risultati.
Lo vogliamo sperimentare soprattutto nel favorire le alleanze tra i singoli. Alleanze leggere – dalla commercializzazione dei prodotti, all’organizzazione della supply chain fino alla logistica – ed alleanze pesanti di razionalizzazione della capacità produttiva. Secondo un modello nuovo di associazionismo che si fa camera di compensazione dei bisogni, promotore di idee progettuali, proponente di alleanze. Un associazionismo che contribuisce ad abbattere barriere, che offre un terreno neutro per avviare nuovi contatti. Un associazionismo che salda i legami e permette di creare nei fatti le reti.
Un associazionismo che, come 20 anni fa ha permesso di rispondere ad un bisogno collettivo di competenze alte, realizzando insieme un grande progetto di università, ora rinnova il suo impegno verso i giovani e stringe legami nuovi con la scuola sperimentando percorsi in cui la realtà entra nella scuola e la scuola intercetta la realtà. La realtà delle imprese.
Un associazionismo che attraverso le leve della formazione e della promozione dei modelli manageriali più avanzati promuove la metamorfosi organizzativa. Un associazionismo che, permettetemi il moto d’orgoglio, si propone, così come vedete nell’immagine che abbiamo scelto per questa Assemblea, di tenere nelle mani la trasformazione.
Siamo certi di aver deluso o forse stupito qualcuno non parlando oggi di Irap, autostrade carenti, burocrazia ossessiva. Sono tutti argomenti fondamentali, che non dimentichiamo e che condizionano la nostra vita ogni giorno. Siamo, però, certi che l’attuale momento storico richieda una riflessione profonda sui requisiti indispensabili per dominare il futuro e non esserne travolti: una nuova mentalità, un nuovo approccio ai problemi, una nuova etica.
Vi lascio con questa immagine negli occhi. L’immagine di una metamorfosi profonda: quella dal carbone al diamante, che, se riflettiamo bene, altro non è che l’estrema sintesi di un rafforzamento dei legami di stato tra un unico medesimo elemento: il carbonio, in questo caso, le imprese nel nostro caso. Un esempio emblematico: quando i legami di rete si serrano, ogni elemento può diventare prezioso ed invincibile.
m.lualdi
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