ONNA Raggiungendo i luoghi della catastrofe con l’auto quasi ci si stupisce. Tra palazzi apparentemente integri, montagne innevate e animali al pascolo sembra che non sia successo niente. Sono gli sguardi della gente a testimoniare la disgrazia. Tutti guardano verso il basso. Anche nei bar ci sono sfollati e chi porge loro un caffè o un the lo fa con gli occhi rossi di pianto. La prima grande ferita la si incontra a Paganica. Davanti alla chiesa una ricercatrice di Ingv, Emanuela Falcucci, spiega che non si può prevedere cosa succederà nelle prossime ore. «Pensiamo però che le prossime scosse saranno inferiori a quelle già avute». Ma la terra continua a tremare. Ci dirigiamo verso Onna, imbattendoci nella centrale Viba, dove alcuni silos sono rotti e rovesciati. Nell’aria si sente odore di gas. Onna è la città più colpita. Non a caso è quella da cui è partito l’inferno. Ormai tutti, compresi i cronisti che provengono da ogni parte del mondo, la chiamano «la scomparsa». L’epicentro è partito sotto una villa rimasta in piedi, con il giardino curato e l’orto ben recintato. Ma da quella casa si sono propagate onde e crepe spaventose a vedersi. Il campo per gli sfollati conta circa trenta tende ed è stato allestito vicino al prato che verrà ricordato come «il campo delle 40 bare». Adesso ne è rimasta una sola. Per un errore, all’inizio, avevano contato 40 morti invece che 39, ed è rimasta vuota sul prato, ancora incelofanata. I volontari di Arese che
hanno pernottato a pochi passi di quella bara, hanno provato a chiedere di farla portare via. «Ci hanno risposto che è meglio tenerla lì, per sicurezza». Ma ad Onna è finita la conta dei dispersi. Erano 250 in quel paese, una piccola comunità di persone che si conoscevano uno per uno. Nome, cognome, genealogia. «L’umore è peggiorato rispetto a ieri» afferma Dante Ambrosini, direttore generale dei vigili del fuoco dell’Abruzzo. «La speranza si è spenta. Adesso dobbiamo pensare a mettere in sicurezza i pochi edifici rimasti e ad abbattere quelli non sicuri». «Lo choc è talmente tanto che non riusciamo a vedere una fine» dicono gli abitanti. Davanti alle case mezze distrutte non è raro trovare cani accucciati che aspettano i padroni in un’attesa senza fine. Dalla parte opposta del «campo delle bare» c’è un prato in cui sono rimaste macchine ridotte a pezzi, utilizzate dai cronisti come location per la diretta. Sono venuti anche dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalla Corea del Sud. Una troupe è arrivata anche dall’Albania per parlare del bimbo loro connazionale deceduto sotto le macerie, a due passi dal centro anziani raso al suolo. La sua casa è stata sventrata e si vedono ancora il lettino e le pareti dipinte di azzurro. Gli anziani hanno voglia di raccontare, ma dopo una frase scoppiano a piangere. La chiesetta del paese è caduta a pezzi, ma è rimasta intatta la madonnina delle grazie. «Un buon presagio» dice qualcuno mentre rivolge al cielo una preghiera. Adriana Morlacchi
e.marletta
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