di Andrea Confalonieri
Chi era già fuori dallo stadio è stato fulminato da quel rombo di tuono che saliva da campo e gradinate. Come per una vittoria in rovesciata all’ultimo minuto. E invece era un piccolo grande gol di un piccolo grande uomo: Marco Cellini. Il gol segnato da un pubblico straordinario che non l’ha mai abbandonato nelle precedenti dieci giornate a secco, quando a Livorno o a Torino l’avrebbero mangiato vivo. Il gol di Beppe Sannino, che andava in giro a dire di lui: «È uno dei più grandi che abbia mai allenato». Il gol di un gruppo dove l’io scompare nel noi tranne quando l’io rischia di scomparire del tutto, un gruppo che l’ha sommerso come per una Champions vinta. Il gol del ritorno alla vita, voluto dal cielo e da tutti tranne che da lui (ed è per questo che alla fine è arrivato), lui che non segnava in campionato da maggio ma è stato capace di trasformare in assist a Neto Pereira e a Buzzegoli due palle che avrebbe forse potuto spedire in fondo alla rete. Il gol che ha fatto scomodare Ricky Sogliano, padre del Varese, con una di quelle sue frasi dolciamare che sembrano scolpite nella roccia: «Ha iniziato a segnare dalla fine, adesso ce ne farà vincere qualcuna dall’inizio». Il gol che ha fatto scoppiare in
lacrime un supertifoso come Enrico Crippa, imprigionato davanti alla Tv e immobilizzato da quaranta giorni per un problema alla schiena. Il gol che ha quasi nascosto il 4-0 e la prestazione di Neto Pereira, il solo a non poter essere paragonato a qualche giocatore famoso – forse ha le movenze di un Rivaldo – perché non somiglia proprio a nessuno, è unico e inafferrabile come l’aria. Ha quasi nascosto il compimento di una svolta iniziata col pari di Portogruaro, in cui il Varese ha capito di poter essere concreto o pragmatico e non solo spregiudicato, una svolta passata ieri attraverso la consapevolezza di avere un portiere che tira fuori la prima palla gol che capita agli avversari (mai successo). Di poter cioè girare la fortuna dalla tua parte, così da costringere gli altri a colpire tutti i pali che prima colpivi tu. La capacità di chiudere la partita, o quella di iniziare a duemila all’ora il secondo tempo invece del primo, così come la sicurezza di poter togliere Corti e mettere Osuji o Ebagua per Cellini, sapendo che il prodotto è almeno di stessa qualità: questo ci mancava, questa è l’abitudine alla serie B, questa è maturità.Sullo sfondo di questa macchia biancorossa che s’allarga, un piccolo uomo che si è ripreso il suo fascino, la sua bellezza e il suo futuro.
a.confalonieri
© riproduzione riservata











