Roma, 15 apr. (Apcom) – I tre pirati somali arrestati nel corso dell’operazione militare francese per liberare gli ostaggi del veliero Tanit, sequestrati il 4 aprile scorso, sono arrivati ieri sera in Francia e rinchiusi in carcere a Rennes. I tre predoni del mare sono accusati di sequestro di persona e omicidio. Venerdì scorso, durante il blitz delle forze speciali francesi nel Golfo di Aden per liberare i cinque ostaggi dei pirati somali, Florent Lemacon, proprietario della
barca a vela è rimasto ucciso. Sono stati invece liberati gli altri quattro ostaggi, tra cui un bambino. Nell’operazione hanno perso la vita anche due pirati.
Nessuna novità sugli ostaggi (16,10 sono italiani) presi dai pirati sul rimorchiatore della società ravennate Micoperi.
“Il problema della pirateria somala si
risolve sulla terraferma, ma il governo italiano ha optato per il
disimpegno politico nella regione del Corno D’Africa, sostiene Matteo Guglielmo, studioso di Somalia e autore di
‘Somalia – Le ragioni storiche di un conflitto’ (Edizioni
Altravista).
“La recrudescenza degli atti di pirateria di queste ultime
settimane è un prodotto della situazione sulla terraferma – dice
Guglielmo in un’intervista ad Apcom – e mai come in questo
periodo, in cui le organizzazioni umanitarie non possono operare
nel Paese per ragioni di sicurezza, sottraendo così risorse
preziose al Paese e inducendo attori esclusi dal processo
politico a riciclarsi in altre attività”. L’escalation di
attacchi è dovuta anche alla “maggiore capacità dei predoni di
allontanarsi dalla costa”, dovuta ad attrezzature sempre più
sofisticate, ma anche “dalla relativa semplicità a catturare i
mercantili”.
“La pirateria non è nata oggi – sottolinea lo studioso – ma la
situazione critica della Somalia ne ha favorito l’escalation
negli ultimi anni. Anche l’interruzione dei flussi umanitari ha
contribuito a rafforzarla”. Guglielmo ha portato quindi ad
esempio la situazione di Merca, città situata a 100 chilometri a
sud-ovest di Mogadiscio, in una delle regioni più ricche di un
Paese molto povero. Una volta caduta Merca in mano ai miliziani
islamici Shabab (giovani, ndr), lo scorso novembre, quanti
gestivano lucrose attività nella regione, soprattutto capi
milizia, sono stati costretti a “cercare nuove attività per poter
continuare a pagare le proprie milizie e a mantenere comunque un
ruolo nel Paese”.
Se si guarda al Puntland, “una delle regioni più povere della
Somalia”, la pirateria “deve essere letta anche come un’attività
di filiera”, sottolinea Guglielmo. “Chi cattura di fatto la nave
non è poi la stessa persona che ne negozia il rilascio – precisa
– le trattative si fanno a Dubai o a Nairobi e la nave viene
venduta più volte prima di essere rilasciata. La manovalanza
ottiene tra il 5 e il 10 per cento dell’incasso”. In tutta la
Somalia sono diversi i gruppi di pirati, che si differenziano da
regione a regione, ma rimangono comunque “fluidi”, per cui è
impossibile riuscire a identificarli con certezza.
A fronte di questo problema, ma anche di quelli posti da una
possibile minaccia terroristica o dai flussi dei migranti,
l’Italia fa poco. “I funzionari italiani che oggi si occupano di
Somalia sono davvero pochi – lamenta Guglielmo – rispetto non
solo al problema della pirateria, ma anche a tutto quello che può
derivare da una situazione incandescente come quella somala.
Quindi terrorismo, ma anche flussi di migranti. Perchè la Somalia
è il Paese dove c’è più mobilità forzata in tutta l’Africa
sub-sahariana. C’è pochissima attenzione sulla crisi somala, meno
di quanta ce ne sia per la situazione in Darfur (regione
occidentale del Sudan, ndr). Siamo in missione in Ciad, e poi
abbiamo una sola nave in Somalia (la fregata Maestrale, ndr). E
non abbiamo più un inviato speciale, dopo che Raffaelli (Mario,
ndr) è stato richiamato per un incarico per il G8”.
“Rispetto ad americani, inglesi e francesi siamo sempre indietro
– conclude – perchè loro stanziano risorse, finanziarie e umane,
e si impegnano con una chiara strategia politica. Noi invece
preferiamo spesso dare soldi senza impegnare risorse umane,
mentre è la politica che può fare tanto”.
Cep
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