Varese e la patria al contrario “Non fu unità ma conquista”

Varese e la patria al contrario “Non fu unità ma conquista”

VARESE Lo spirito antiunitario rivive a Varese. Se c’è una città garibaldina, ce n’è anche una insubrica e autonomista, che guarda alla Mitteleuropa. E 150 di unità “con le catene” non valgono una storia millenaria. Questo il senso del convegno “Ripensare il Risorgimento a 150 dall’unità d’Italia”, che ha visto sfilare tre storici di livello come il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco, il preside di scienze della comunicazione dell’università dell’Insubria Claudio Bonvecchio e lo storico Francesco Agnoli. Moderatore il giornalista Pasquale Martinoli. Per iniziare a capire cosa è stata l’unità d’Italia al Nord si possono usare le parole di Bonvecchio: «Se nel Lombardo-Veneto si fosse fatto un referendum serio, avrebbero votato tutti per l’Austria-Ungheria». Ma c’è anche il Sud. Il siciliano Buttafuoco descrive la conquista del Mezzogiorno da parte delle truppe piemontesi come una storia di violenze e distruzione. Con paragoni con l’attualità politica che fanno impressione. «Quando diedero l’assalto al Sud contro il brigantaggio – spiega Buttafuoco – lo slogan era quello di liberare il Sud. Esattamente le stesse parole che usano le superpotenze mondiali di oggi, quando parlano, ad esempio, di liberare l’Iraq». Insomma, l’esportazione della democrazia «che copre le guerre di conquista di oggi», assicura, «veniva usata anche allora».Con modi e mezzi truci. «Stragi dimenticate dalla storia ufficiale, ma presenti nella memorie popolari, truppe italiane che assaltavano i conventi, perché colpire la religione che era fondamentale in quelle terre, e stupri di massa». «Occorreva – prosegue nel ragionamento Buttafuoco –

sradicare la cultura delle Due Sicilie, ridurre al silenzio l’orgoglio di quei popoli. Annullandone cultura e storia. Il Sud è stato ridotto al pittoresco e alla caricatura per questo. Giambattista Vico, grande studioso, in Germania viene trattato a livello di Leibnitz, in Italia non si studia». Un aneddoto è la conquista garibaldina delle Due Sicilie grazie alla presa della fortezza di Milazzo. Con le truppe borboniche dentro, era imprendibile. Alla fine, vinsero i garibaldini, corrompendo l’ufficiale al comando. «Non fu un’unificazione, ma una guerra di conquista giocata a livello nazionale nell’interesse di Casa Savoia, visto che il Regno delle Due Sicilie era prospero e servivano le sue ricchezze per ripianare i debiti fatti da Cavour», per usare le parole di Bonvecchio. Ma anche gli inglesi avevano il loro tornaconto perché – volendo monopolizzare il Mediterraneo – la presenza di uno Stato come il Regno Borbonico, così lontano dalla cultura anglosassone, era un problema. Andava conquistato e distrutto. Ed è quello che si fece. Che non fu vera unità, ma guerra di conquista, lo dice pure lo storico Agnoli raccontando la storia di papa Pio IX, inizialmente coinvolto nel lavoro per l’unificazione dell’Italia, e poi allontanatosi «quando capì che si voleva solo allargare i confini del Regno di Sardegna». E oggi? «Abbiamo festeggiato il centenario nel ’61 ed era sentito – dice Bonvecchio – oggi i 150 anni non sono interessati a nessuno. Tra 50 bisognerà vedere se esiste ancora l’Italia». Marco Tavazzi

s.bartolini

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