Morì nel rogo del MolinaImputate nipote e sorella

Morì nel rogo del MolinaImputate nipote e sorella

Il 5 dicembre di tre anni fa un gravissimo incidente funestava il tranquillo tran tran di vita della Fondazione Molina: nella stanza numero 38, al secondo piano del padiglione Perrelli, un’anziana ospite, Jolanda Eveli, 78 anni, rimaneva vittima del rogo che si era sviluppato proprio a partire dal suo letto. Un episodio che ha scosso l’intera comunità della casa di riposo, e

tutta la città di Varese. I successivi accertamenti hanno stabilito che a innescare l’incendio del materasso in lattice e delle lenzuola fu uno scaldabevande ad immersione, in pratica una resistenza elettrica senza alcuna protezione, capace di raggiungere temperature prossime ai 500° gradi centigradi, che la donna, peraltro gravemente malata, teneva legato alle sponde del proprio letto, attorcigliandovi il cavo elettrico di alimentazione.

Ebbene, secondo la procura di Varese, responsabile di quell’incidente, e quindi dell’accusa di omicidio colposo sono Corinna Marchegiani e Luciana Eveli, rispettivamente nipote e sorella della vittima, perché introdussero il dispositivo elettrico all’interno della casa di riposo, nonostante il divieto di utilizzo di apparecchiature di questo tipo. Il processo, di fronte al giudice Anna Giorgetti si è aperto ieri con la testimonianza dell’ispettore della squadra volante della polizia che intervenne sul posto, e del capo turno dei vigili del fuoco di servizio quel giorno. Hanno descritto come trovarono la stanza e il ritrovamento dell’apparecchiatura elettrica, per terra, accanto al comodino. Nel procedimento la Fondazione Molina è parte civile con l’avvocato Giancarlo Beraldo, mentre le due imputate si sono affidate alla difesa dell’avvocato bustocco Dario Celiento.

Fondamentale la deposizione dell’ingegnere dei vigili del fuoco incaricato dalla procura di svolgere gli accertamenti: l’ingegner Pasquale Fabrizio ha sottolineato come «quell’oggetto, seppure munito di tutte le certificazioni ed in libero commercio, sia intrinsecamente pericoloso, perché privo di qualsiasi protezione», e alle domande dell’avvocato Celiento ha risposto come la Fondazione Molina «non fosse in possesso di certificazione antincendio», rilevando due inosservanze: «la mancata vigilanza sull’uso di apparecchiature non ammesse» e «il

mancato presidio della centrale antincendio: in pratica quando è scattato il primo allarme, nessuno sapeva in quale camera si stessero sviluppando le fiamme e il fumo». Rilievi che però non significano che la Fondazione non sia sicura: «Rispetta i requisiti minimi di legge» ha comunque affermato il tecnico e, incalzato dall’avvocato Beraldo ha aggiunto che «laddove vengano rispettate le norme, la struttura si può dire sicura». Prossima udienza il 18 giugno.

Franco Tonghini

f.tonghini

© riproduzione riservata

Aggiungi La Provincia di Varese tra le fonti preferite su Google