Milano, 3 ago. (Apcom) – Tempi duri in Bangladesh. Il paese conosciuto come il “magliettificio” del mondo per l’enorme quantità di prodotti di abbigliamento che vengono realizzati in loco grazie alla manodopera a basso costo, è da giorni stretto nella morsa di massicci scioperi degli operai del tessile che chiedono aumenti salariali e rapporti di lavoro più umani. Manifestazioni sfociate, soprattutto nella capitale Dacca, in scontri diretti con le forze dell’ordine con decine di feriti e numerose fabbriche chiuse per il timore di attacchi.
Nonostante la criticità della situazione, i gruppi italiani che acquistano prodotti realizzati in Bangladesh come Benetton, Coin-Oviesse, che da qualche mese controlla anche Upim, e il gruppo Teddy che distribuisce al dettaglio attraverso marchi come Terranova e Calliope ad oggi non lamentano ritardi nelle forniture o difficoltà negli approvvigionamenti. Anche perchè, spiegano alcuni dei gruppi interpellati, gli acquisti vengono gestiti in modo flessibile e se si verificano problemi in un mercato si punta su altre piazze, come ad esempio quella cinese. E in Bangladesh, purtroppo, situazioni come quella attuale si verificano periodicamente, con conseguenze anche più gravi di quelle registrate fino ad oggi.
Difficile però avere un quadro chiaro di quante aziende italiane acquistino prodotti in Bangladesh perchè spesso lo fanno attraverso società create appositamente o appoggiandosi a prestanome, mentre quasi nessuno produce direttamente. Almeno questo è quanto risulta a Smi, Sistema Moda Italia, secondo cui fra le circa 3.000 imprese iscritte sulle 60.000 del settore, nessuna risulta aver delocalizzato la produzione in Bangladesh. Questo perchè, spiegano sempre dalla Smi la qualità del cotone, prodotto di punta del Bangladesh, è decisamente superiore in Egitto e quindi, tenuto conto anche dell’elevato prezzo del greggio e quindi del trasporto, risulta più conveniente produrre o comprare nello stato africano.
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Lzp
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