Roma, 28 gen. (Apcom) – “Dobbiamo lavorare tutti insieme,
ciascuno nel rispetto del proprio ruolo istituzionale e delle
proprie attribuzioni, per far sì che la giustizia sia migliore”.
Si è chiusa con queste parole la prima Relazione annuale alla
Camera dell’era Alfano, con un appello del ministro della
Giustizia a “partiti e singoli parlamentari che hanno a cuore le
sorti della giustizia italiana e del nostro Paese” affinchè
lavorino “senza preclusioni ideologiche e di schieramento” con il
governo per “consegnare all’Italia una giustizia amministrata da
giudici e rappresentanti della pubblica accusa liberi, autonomi,
indipendenti, mai proni al potente di turno, ma sempre attenti
alle regole che la soggezione alla legge impone di applicare e
rispettare. Una giustizia senza aggettivi”.
Quaranta minuti circa di discorso costellato di tanto in tanto
da qualche applauso della maggioranza sono serviti ad Alfano per
ribadire più volte che la crisi della giustizia in Italia “ha
superato ogni limite di tollerabilità”. “Il più grande nemico
della giustizia – ha sostenuto – è la sua lentezza, il più grande
alleato è la grandissima maggioranza dei magistrati che ha vinto
il concorso e svolge il suo lavoro con zelo e onestà”.
Per questo, secondo il ministro, è necessario “procedere alle riforme ordinamentali e processuali”. “La questione giustizia – ha detto – è un vera priorità nazionale. C’è un’emergenza penale e civile che coinvolge negativamente anche lo sviluppo economico del Paese”. Non solo: c’è la “necessità improcrastinabile di recuperare la credibilità del sistema da parte dei cittadini.
La conservazione dell’esistente non è più ipotizzabile”. Nel merito, però, il ministro non è sceso: “ci proponiamo – si è limitato ad annunciare – un intervento complessivo che riguarderà le norme antimafia; il processo civile e penale; le riforme ordinamentali anche costituzionali; interventi carcerari; la riforma delle professioni del comparto giuridico ed economico; la riforma della magistratura onoraria”.
In tutto questo, ovviamente, per il Guardasigilli vi è un ruolo
di riguardo, che passa dal riappropriarsi di quella funzione che
gli è assegnata dall’articolo 110 della Costituzione, cioè
“l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla
giustizia”. “Sino ad oggi – ha detto Alfano – sembra quasi che il
Ministro cui spettano l’organizzazione ed il funzionamento dei
servizi relativi alla giustizia sia chiamato dalla norma
costituzionale ad essere soltanto il fornitore di carta, penna e
calamaio agli uffici giudiziari, pur essendo l’unico responsabile
politico dell’organizzazione e del rendimento del servizio reso
ai cittadini”.
Ovvio quindi che, secondo Alfano, “non si può chiedere al
ministro della Giustizia di essere responsabile del servizio
giustizia senza che lo stesso abbia potestà organizzative
effettive, seppur senza mai violare il sacro recinto
dell’autonomia della giurisdizione. Un potere del governo senza
una responsabilità sarebbe inaccettabile ma una responsabilità
senza potere sarebbe sommamente ingiusta e alla lunga foriera di
gravissimi squilibri costituzionali”.
Per quanto riguarda infine la fotografia della giustizia
italiana, Alfano ha percorso a volo d’uccello tutti i principali
temi in agenda, ricordando la “lentezza” della macchina
giudiziaria (al 30 giugno 2008 “5.425.000 procedimenti civili e
3.262.000 procedimenti penali pendenti”) e le disastrose
condizioni del sistema carcerario (“la scorsa notte hanno dormito
nelle carceri italiane 58.692 persone: la crescita dell’andamento
delle carcerazioni si sta attestando sui livelli drammatici del
periodo pre-indulto”). Infine, un accenno anche alle
intercettazioni, solo per dire che c’è uno “spreco di denaro dei
cittadini per il pagamento delle intercettazioni telefoniche e
ambientali” e “i procuratori della Repubblica non esercitano
alcuna verifica su tale tipologia di spesa, ormai fuori
controllo”.
Un discorso a parte merita il rapporto con la magistratura:
nessuna presa di posizione contro o a favore delle toghe, ma il
ministro ha voluto ricordare con perizia e attenzione le
iniziative disciplinari intraprese nei primi 8 mesi da ministro.
“41 azioni disciplinari a carico di altrettanti magistrati”,
svariate “misure cautelari al Csm con specifico riferimento
all’inaccettabile scontro istituzionale tra le procure di Salerno
e Catanzaro” e “12 inchieste amministrative e altrettante
indagini conoscitive per individuare eventuali violazioni
disciplinari rispetto ad alcuni clamorosi fatti di cronaca”. Il
tutto, ha concluso, “con il dovuto rigore e senza sconti per
nessuno”.
Gic
271942 gen 09
Cep
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