Guerra di spie, hacker cinesi sfidano gli Usa nel cyber spazio

Guerra di spie, hacker cinesi sfidano gli Usa nel cyber spazio

Roma, 22 apr. (Apcom) – Il controllo dello spazio elettronico per assicurarsi l’egemonia mondiale. La nuova Guerra Fredda si combatte sul web: da una parte c’è Washington, con i suoi alleati occidentali, dall’altra Pechino, che ha scelto il cyber spionaggio per rovesciare l’antica supremazia americana. Un conflitto non convenzionale, affidato agli strumenti più sofisticati che la moderna tecnologia mette a disposizione dell’intelligence. Hacker e cracker: sono loro i soldati del nuovo

millennio, cyber 007 capaci di penetrare in siti protetti, rubare o distruggere informazioni riservate. L’ultimo attacco ha puntato in alto: i pirati informatici sono riusciti a copiare molti terabyte di dati relativi al design dei sistemi elettronici del “Joint Strike Fighter”, il super bombardiere che rappresenta il più costoso progetto militare degli Stati Uniti. Il Pentagono ha puntato il dito accusatorio contro la Cina, che ha escluso il proprio coinvolgimento.

E’ solo l’ultimo atto di una guerra che sembra appena agli
albori. La mole di sabotaggi, attacchi o incidenti informatici su
reti classificate e non di istituzioni o enti governativi è in
continua crescita. Ovunque, anche in Italia. E “la sempre
maggiore sofisticazione delle azioni poste in essere dai
cyberterroristi”, secondo una ricerca del Centro militare di
studi strategici (Cemiss), lascia pensare che “il primo decennio
del nuovo millennio sia solo un banco di prova, il palcoscenico
ove effettuare le prove tecniche di futuri attacchi di efficacia
e grado di devastazione non commensurabili con quello odierno, ma
notevolmente più gravi”.

L’allarme più recente, in Italia, risale agli ultimi giorni di marzo. “Ci si attendeva l’arrivo di un virus di ultima generazione per l’1 aprile, ma non è accaduto nulla”, ha confermato un esperto di cyber attacchi, intervistato da Apcom. Il nostro paese, allo stato attuale, “è sufficientemente garantito, ma deve far fronte a un problema comune: la

lenta capacità di risposta a tentativi di sabotaggi informatici che possono avere una capacità distruttiva in pochi millesimi di secondo”. Il problema, d’altra parte, è intrinseco all’inevitabile progresso della società moderna: “si è creata una dipendenza da Information Technology e, dunque, un aumento della vulnerabilità dei singoli paesi, ovvero una crescita della potenzialità della minaccia”, ha spiegato la fonte.

D’altra parte l’avvento di nuove tecnologie ha creato altre
forme di potere. “Lo sviluppo di internet ha segnato l’inizio di
un nuovo capitolo della storia del terrorismo”, ha spiegato
Gerardo Iovane in uno studio per il Cemiss. Sono nati i
cosiddetti Tvo (Terroristic Virtual Organization), organizzazioni
virtuali i cui membri reali sono dislocati sull’intero globo e
possono condurre azioni terroristiche in tempi molto rapidi, dopo
avere ricevuto l’ordine di procedere. E la domanda a cui i
singoli paesi, la Nato, l’Unione europea, tutti gli organismi
internazionali devono dare risposta è se un cyber attacco
rappresenti davvero, e sempre, un atto di guerra. Un quesito
rimasto insoluto, che ostacola non poco un’azione coordinata di
controterrorismo.

Di certo, gli Stati membri dell’Alleanza
atlantica concordano sulla necessità di una maggiore
collaborazione: a questo scopo, su impulso di sette paesi tra cui
l’Italia, è stato creato il Cooperative Cyber Defence Centre of
Excellence, il cui obiettivo è quello di addestrare i tecnici
della Nato contro possibili “minacce informatiche”. Un gruppo di
30 esperti opera a Tallin, in Estonia. E la scelta non è stata
certo casuale: proprio le istituzioni pubbliche e private di
questo paese furono colpite nel mese di maggio del 2007 da “uno
sciame di DDoS (Denial of service attack)”, che per tre settimane
paralizzò le infrastrutture informatiche nazionali.

Anche l’Unione europea ha lanciato una nuova strategia di
contrasto alla criminalità informatica ed ha chiesto ai singoli
paesi di uniformare le modalità di intervento, adottando regole
comuni. Secondo i dati forniti dall’Ue, le possibilità che le
reti informatiche europee siano colpite da un grave attacco nei
prossimi dieci anni, con un danno potenziale per l’economia
mondiale stimabile in 193 miliardi di euro, sono del 10-20%.
D’altro canto, sul web si svolge buona parte delle attività dei
cittadini della comunità europea. Nel 2007, gli acquisti e le
vendite su internet hanno raggiunto l’11% del fatturato annuo
delle imprese, mentre nel 2008 il numero di linee mobili è
arrivato al 119% della popolazione dell’Ue. “Le macchine e le
reti hanno un passo, una velocità, una rapidità di sviluppo di
molto superiore alla capacità di reazione dell’uomo. Il primo
punto, per l’Italia e per l’Europa, deve dunque essere quello
della prevenzione”, ha commentato un esperto del settore,
contattato da Apcom.

Gli Stati Uniti hanno ammesso più volte di essere stati sotto
attacco informatico. Fonti del Pentagono e dei servizi di
intelligence hanno chiamato in causa la Russia e la Cina. A scopo
difensivo è nato il Joint Functional Component Command for
Network Warfare, il team di super hacker ed esperti informatici
provenienti dalla agenzie di difesa e forze armate. L’obiettivo è
quello di provare a contrastare l’attuale supremazia di cyber
esperti d’Oriente, cinesi e indiani soprattutto; il timore è che
molto presto i cyber 007 di Pechino sapranno essere in grado di
condurre un attacco capace di bloccare completamente tutte le
centrali elettriche americane.

Cep

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