Gallarate, al Maga Giacometti e il ‘900

GALLARATE Sessantamila visitatori, quattro mostre importanti, una collezione permanente in costante arricchimento, oltre cinquanta eventi tra concerti, conferenze e laboratori per bambini. Nonostante le ben note difficoltà finanziarie Angelo Crespi, presidente del Maga, traccia un bilancio positivo dei primi dieci mesi di attività. Ora è a livello internazionale che si sposta la sfida del museo d’arte moderna e contemporanea

di Gallarate, come dimostra la nuova esposizione. «Giacometti. L’anima del Novecento», curata dal critico londinese Michael Peppiatt, inaugura oggi, sabato 5 marzo,  alle 18.30 e prosegue fino al 5 giugno, proponendo del grande scultore e pittore svizzero-italiano l’intera collezione privata, gestita dagli eredi. Una mostra in anteprima europea che solo a New York ha avuto una parziale, precedente première.

L’aspetto più sensazionale è proprio nel carattere intimo, privato, delle opere esposte. Peppiatt ha potuto scartabellare tra i materiali di Alberto Giacometti (1901-1966), che aveva lo studio a Montmartre, scovando ritratti scultorei o dipinti che raffigurano spesso membri della famiglia.

Un’anima tormentata ma non doma quella degli uomini e delle donne di Giacometti. Stupenda, in apertura di esposizione, la «Grande donna», statua del 1960 la cui ombra il curatore dell’allestimento Maurizio Sabatini, con una intuizione geniale e un apposito gioco di illuminazione, fa protendere lungo la parete bianca, con effetto sinistro. Non è un caso che Peppiatt abbia scelto solo opere del dopoguerra: l’elaborazione di un lutto di massa acquista connotati metafisici, ma è incredibile come l’artista si ostini a evocare l’elemento umano dalla materia informe e tormentata. Molte le esemplificazioni espressive del processo: forse

la più sorprendente è «Buste d’homme» del 1950, altra scultura dove la frontalità prospicente del volto prende forma con uno sguardo lievemente attonito. Gli stessi sguardi sono invece più rasserenati nei ritratti di madre o in «Annette assise» («Petite», del 1956, e «Grande», del 1958). Sul volto dell’amata pare comparire un timido sorriso. L’essenza umana è per Giacometti energia pura, non esistono sculture statiche («Corro anche stando fermo» si sente dire a un certo punto nelle audioguide che accompagnano il visitatore con la voce dell’artista stesso); quasi una reazione dinamica alla grave fragilità delle sembianze

v.colombo

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