VARESE – Di cognome fanno tutti, o quasi, Baboi e Pascu. Perché spesso appartengono alla stessa famiglia. Sono di nazionalità romena, di etnia rom. Vivono nei campi nomadi attorno a Milano, come quello dell’ex area Falck, a Sesto San Giovanni. Ma i loro affari li fanno a Varese. Li chiamano accattoni. Sono loro i protagonisti del business del dolore. Inalberando come vessilli una sequela di inenarrabili disgrazie, cercano di muovere a compassione il prossimo tentando di spillargli un quattrino, meglio se due. Intendiamoci: quella della compassione è una virtù, e chi mette mano al portafogli per dare un sollievo a chi è in difficoltà altro non compie che un’opera di bene. Ma chi sfrutta la credulità altrui, facendo leva sui buoi sentimenti, commette una truffa bella e buona. Ordinati e disciplinati come bancari, i professionisti della questua prendono il treno alla mattina da Milano Porta Garibaldi. A Varese,
alla stazione delle Nord, arrivano con quello delle 8.17 o delle 8.24. Scelgono il treno per risparmiare sulle spese di viaggio: il biglietto non lo pagano. Ciascuno ha con sé un cellulare con in memoria un unico numero: quello da chiamare in caso di necessità. Scendono nella Città giardino e si sparpagliano, ciascuno a presidiare una zona differente. Uno, quando è giorno di mercato, si piazza davanti alla biglietteria del bus, dove il via vai è più intenso. Un altro si mette poco fuori dalla stazione per intercettare i viaggiatori. Un terzo si piazza all’incrocio delle caserme, e adocchia le sue prede fra gli automobilisti fermi al semaforo. Un altro ancora si spinge fino all’ospedale Del Ponte, perché sa che mamme e papà, soprattutto se stanno attraversando un momento difficile, hanno il cuore tenero, ed è raro che tirino dritto senza far cadere almeno un euro dentro il piattino.
Le strategie per toccare l’anima e il portamonete del prossimo sono varie. C’è la vecchina tutta intabarrata anche in pieno agosto, che si piega su se stessa come se un peso enorme le gravasse sulle spalle magre, appoggiata in maniera precaria a un bastone. C’è l’anziano male in arnese che caracolla su un paio di stampelle da una vettura all’altra, e che mentre allunga la mano rischia sempre di cadere. C’è il padre (o la madre) di famiglia che, mano sul cuore, racconta di non avere di che sfamare i bimbi piccoli e malati: a riprova, ecco la foto dei cari pargoli. Peccato (anzi: fortuna) che non sia vero nulla. Dalle indagini informali compiute dalla polizia ferroviaria non è emerso mai niente che potesse confermare le storie strappalacrime sbandierate per ottenere un obolo. E sono proprio gli uomini della Polfer il primo argine contro la pacifica, ma non certo invisibile, invasione dei nomadi. Ormai li conoscono tutti uno per uno. Hanno rifilato loro fogli di via in quantità industriale. Spesso e volentieri, quando li intercettano, riescono a convincerli con le buone a fare dietrofront, e a tornare a Milano: stavolta comperando il biglietto. Tuttavia più di tanto i poliziotti non possono fare: perché saranno pure molesti e invadenti, ma per lo meno a Varese non risulta che i mendicanti abbiano commesso reati degni di nota. Altrove, a chi non sgancia vengono riservati insulti e sputi, se non peggio. Ma a Varese no. In fondo, sanno bene che non avrebbe senso bruciarsi una piazza dove si guadagna bene. Secondo i calcoli della Polfer, i rumeni in trasferta nella Città giardino riescono a raccogliere fra i 10 e i 12 euro all’ora esentasse. In tempi di crisi (ma anche di vacche grasse) buttali via.
Enrico Romanò
e.besoli
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