Le ultime ore di Beppe Uva “Mi sono fatto male da solo”

Le ultime ore di Beppe Uva “Mi sono fatto male da solo”

VARESE «Giuseppe Uva era ammanettato quando è arrivato in ospedale, con i polsi incrociati davanti e legato al letto dell’ambulanza». Andrea Zanella, infermiere professionale addetto al triage, ricorda così l’ingresso al pronto soccorso alle 5,41 del mattino del 14 giugno 2008 dell’artigiano varesino che di lì a poche ore sarebbe morto. Fu lui ad assegnargli il codice di gravità, per un «paziente non traumatico, sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio». L’infermiere ha testimoniato ieri di fronte al giudice Orazio Muscato nel processo per colpa medica, per il quale è imputato lo psichiatra Carlo Fraticelli, accusato di aver somministrato ad Uva una dose di calmante che lo avrebbe portato al decesso.«Gli assegnai il codice verde, che voleva dire che necessitava di visita medica, ma che non era urgente» ricorda ancora l’infermiere. Un codice di gravità inferiore rispetto a quello concordato dai volontari del soccorso con il 118, che gli avevano deciso per il giallo: gliene ha chiesto conto uno degli avvocati di parte civile, Alessandro Gamberini, che come il collega Fabio Anselmo ritiene che siano anche altre le cause della morte di Uva: di natura traumatica. I due legali sono gli stessi del caso Aldovrandi e sono convinti che qualcosa di non chiaro sia avvenuto tra via Dandolo e la caserma di via Saffi, dove Uva venne portato in manette da carabinieri e poliziotti con l’amico Alberto Biggiogero. Un pestaggio?La domanda aleggia su tutto il processo, e non l’ha elusa il sostituto procuratore Agostino Abate, da mesi nel mirino dei due avvocati emiliani perché la sua inchiesta ha portato ad escludere proprio questa ipotesi. Ma per arrivare a tale conclusione, il pm ha dovuto pur battere quella pista. Ve n’è traccia nella testimonianza di Zanella: «Chiesi ad Uva come si sentiva, se aveva bisogno di qualcosa» ha proseguito

l’infermiere. «Mi rispose che doveva calmarsi un po’ perché era agitato. Notai una lesione allo zigomo sinistro (poi risultato quello destro, ndr), e gli chiesi come se l’era procurata: in maniera accidentale, mi disse. È una domanda che gli ho posto per tre volte, di fronte ai soccorritori e ai poliziotti che lo accompagnavano e, dopo aver chiesto a tutti di allontanarsi, anche da solo. E lui mi ha risposto sempre allo stesso modo, cioè che era stato un incidente. Gli ho chiesto se aveva assunto alcol o sostanze stupefacenti mi ha risposto che aveva bevuto vino. Gli ho chiesto se aveva altri dolori, se sentiva male da qualche parte. La risposta è stata sempre negativa».Insomma: secondo l’infermiere Uva non presentava traumi. Prima di lui era stato chiamato a testimoniare la guardia giurata Piero Altieri: «Alle 6 la polizia mi ha chiesto di dare un occhio ad Uva, mentre era sulla barella e attendeva di essere portato in reparto. Era legato con le cinghie perché era agitato. Mi chiese di togliergliele, e aggiunse: “Diglielo tu che non sono un tossico, che non sono un pazzo”. Lui mi aveva riconosciuto, io ho capito solo dopo chi fosse. Gli ho risposto che non potevo farlo, mi promise che non avrebbe dato fastidio a nessuno. Rifiutava i medicinali, perché diceva di essere allergico. Poi mi ha pure dettato i numeri di telefono dei suoi familiari e io li ho girati al medico che li ha cercati, senza avere risposta. Alla fine con la dottoressa abbiamo concordato che gli avremmo sciolto le cinghie se si fosse sottoposto alle cure. E così è stato. Poi siamo andati in radiologia dove gli hanno fatto delle lastre perché accusava dei dolori. Alle 8,15 l’ho lasciato, l’ha preso in carico la polizia locale, lui dormiva».

e.marletta

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