VARESE La Rai e Santoro, Santoro e la Rai: Roberto Zaccaria li conosce entrambi e li conosce bene. Al vertice di viale Mazzini dal 1998 al 2002, il prof prestato alla politica e attuale vicepresidente democratico della commissione affari costituzionali della Camera, una ricetta per uscire dall’ennesimo imbuto mediatico-catodico ce l’avrebbe. E la snocciola a margine dell’incontro «Il pluralismo nei mezzi di comunicazione di massa e i social media» organizzato all’Insubria. «Quando uno ha un biglietto da visita come quello di Santoro e del suo gruppo, credo che molte strade siano possibili». E una di queste porta direttamente all’esperimento tentato, con successo, dal Fatto Quotidiano, «costituito da un gruppo di giornalisti che si sono messi insieme e hanno investito su se stessi e su una nuova iniziativa editoriale». Al conduttore di AnnoZero, Zaccaria – da amico – l’ha già consigliato: «Uno come lui, che non è un programma ma una linea produttiva, secondo me deve avere ambizioni superiori a quello di fare un programma da una rete all’altra, deve impostare un nuovo modello di distribuzione televisiva». Sarebbe il «telesogno» di un ventennio fa che si realizza. O che diventa almeno tele-possibile: «Le esperienze che Santoro ha fatto, anche con la manifestazione di Bologna, dimostrano che i meccanismi di distribuzione sono oggi più articolati e più alla portata di tutti». E arricchiscono quel pluralismo che oggi, per dirla con Zaccaria, scricchiola: «I dati che si registrano durante le campagne elettorali e referendarie dicono che il pluralismo non c’è e infatti l’autorità, cioè l’arbitro, ha dovuto
elevare molti cartellini gialli e rossi». Il web può colmare un gap, ma è alla tivù pubblica che si richiede coraggio: «Il web può far molto per arricchire, rendere più capillare l’informazione e i messaggi ma oggi il 70% dell’informazione avviene con i telegiornali». E le corazzate restano le reti generaliste, con tutte le loro pecche, dal caso-Santoro in giù: «Certo, se la Rai comincia a preoccuparsi che qualcuno possa essere in linea o non in linea, ha finito la sua missione. Quando leggo della Gabanelli, che può fare il programma ma non ha la copertura legale, penso siano cose ridicole. Chi fa informazione deve rischiare e se l’azienda non lo tutela, quell’azienda non fa informazione». No alla censura, sì – appunto – al pluralismo. Lui l’ha provato sulla sua pelle con il genio ribelle di Celentano quando, all’epoca della sua presidenza, aprì un programma in prima serata (12 milioni di telespettatori) con un monologo critico sulla donazione di organi. Apriti cielo, strali dell’allora ministro Umberto Veronesi. «Ma mai un secondo ho pensato di non difendere Celentano». Che sull’argomento ci ritornò, con un esperto. Risultato? Informazione vera e picco delle donazioni di organi. Lo stesso accadde nel 2001, con Il Fatto di Enzo Biagi pronto a mandare in onda quella che fu l’ultima intervista di Indro Montanelli. Era tempo d’elezioni, di par condicio, e il grande vecchio lasciava trasparire critiche nei confronti del futuro premier Berlusconi. «Mi dissero “stasera Il Fatto non può andare in onda”». «Dissi no», e andò diversamente, «per fortuna».Sara Bartolini
s.bartolini
© riproduzione riservata













