VARESE Una malattia fulminante. Una bestia incurabile e violenta si è portata via, nella notte tra sabato e domenica, Sauro Bufalini. Protagonista di quei favolosi anni Sessanta, quando a Varese si stava apparecchiando la tavola per uno dei cicli più belli e incredibili che lo sport abbia mai raccontato.Bufalini con la maglia della Ignis vinse lo scudetto del 1964 e poi la Coppa delle Coppe del 1966, uomo di quella squadra dai grandi nomi che ottenne meno di quello che avrebbe potuto. Dopo di lui il roster cambiò pelle, si scelse di puntare su un gruppo nuovo e giovane che vinse tutto e anche di più. Però il seme di quell’epopea incredibile fu gettato anni prima, dal gruppo del quale faceva parte anche Sauro Bufalini e oggi, nello spogliatoio di Varese, c’è una foto d’epoca che lo ritrae di spalle durante un’azione di gioco.Charlie Recalcati lo ricorda così: «Perdo un amico, un grande amico: aveva qualche anno più di me e mi ha sempre
trattato come un fratello. Tutto il mondo mi chiama Charlie, lui era l’unico che mi chiamava Carlino: perché mi voleva bene, e in Nazionale abbiamo vissuto insieme le avventure degli Europei, del Mondiale e delle Olimpiadi. Quando lui ha smesso di giocare siamo rimasti in contatto. Le nostre mogli sono diventate amiche e io lo ricorderò sempre come una persona meravigliosa e solare. Sapevo che era malato, e quando mi hanno chiamato per dirmi che se n’era andato ho pensato fosse un pesce d’aprile. E invece no, era tutto vero: ho perso una persona che, davvero, mi era molto cara».Ricorda Bufalini anche Dino Meneghin: «Ai tempi della Ignis io ero un ragazzino e lui era il più grande che mi dava consigli e mi spiegava come si sta in campo. Era un grande giocatore, ma soprattutto un grande uomo: un toscanaccio dalla simpatia contagiosa, un cuore enorme, un amico. È un uomo che ha lasciato un segno importante nella storia della nostra pallacanestro».Francesco Caielli
e.romano
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