Roma, 13 set. (TMNews) – Hanno appena liberato Tripoli “con un minimo spargimento di sangue”. Muammar Gheddafi si nasconde e da luoghi sconosciuti incita ancora la folla alla resistenza. Ma i combattenti dell’opposizione, ormai, hanno quasi raggiunto l’obiettivo di liberare il paese. Restano solo le ultime due roccaforti del colonnello, Bani Walid e Sirte. Poi si potrà pensare al nuovo governo. E non sarà meno facile di adesso. Affioreranno i problemi che oggi, latenti, cominciano già a dividere la nuova leadership libica. In particolare sul ruolo dell’Islam. “Siamo moderati”, ha avvertito ieri il presidente del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt), Mustafa Abdel Jalil. Ma non tutti sembrano essere d’accordo.
“L’Islam sarà la principale fonte di diritto” nella nuova Libia, ha spiegato il leader del Cnt nel suo primo discorso pubblico a Piazza dei Martiri a Tripoli, seguito da migliaia di connazionali. “Non accetteremo nessuna ideologia estremista, di destra o di sinistra. Siamo un popolo musulmano, islamici moderati, e resteremo su questa strada. Sarete con noi contro tutte le persone che cercheranno di cambiare la nostra rivoluzione”, ha insistito Jalil rivolgendosi alla folla.
Ma i rischi che la nuova Libia possa finire nelle mani sbagliate sono reali. Ci sono ripetuti segnali che la leadership dei ribelli si sia già divisa su una serie di questioni, tra cui il futuro ruolo delle milizie islamiche che hanno contribuito in maniera determinante alla rivoluzione libica. E la grande rivalità tra le differenti brigate, per la maggior parte strutturate sulla base delle diverse etnie e tribù locali, rappresenta
un motivo di grande preoccupazione oltre a riflettere divisioni che non sono solo militari ma politiche. Non è un caso che proprio il primo ministro del Cnt, Mahmoud Jibril, nelle ultime settimane, si sia impegnato molto a rafforzare la sua autorità al cospetto di potenti comandanti come Abdulhakim Belhadj, nuovo capo del Consiglio militare di Tripoli, con un passato da leader del Gruppo islamico di combattenti libici, ritenuto vicino ad al Qaida.
E così non sembra campato in aria l’allarme lanciato ieri dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, sulla possibilità che la nuova Libia possa finire sotto il controllo di frange estremiste. In un’intervista concessa al Telegraph, Rasmussen ha spiegato che islamici radicali potrebbero “provare a sfruttare” l’attuale situazione di incertezza nel paese per guadagnare terreno sui moderati e assumere il controllo del paese orfano di Gheddafi. “La Libia corre il rischio di cadere nelle mani degli estremisti islamici se non sarà rapidamente formato un governo stabile”, ha commentato il leader della Nato.
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