Berlino incorona i fratelli Taviani Ma l’Orso d’Oro è un po’ di Varese

VARESE È anche un po’ varesino l’Orso d’oro dell’edizione numero 62 del Festival di Berlino, che è andato a Paolo e Vittorio Taviani. Francesca Rotolo è stata infatti l’aiuto regista teatrale di “Cesare deve morire”.

Erano 21 anni che l’Italia non vinceva questo riconoscimento: nel 1991 aveva trionfato “La casa del sorriso” di Marco Ferreri.

«Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia guidati dal regista Fabio Cavalli che li ha portati al teatro. Questi detenuti-attori hanno dato se stessi per realizzare questo film», ha commentato Paolo Taviani. Ed è stata proprio la varesina Francesca Rotolo a prepararli per il grande schermo.

Aiuto regista di Cavalli, da due anni si occupa del laboratorio teatrale che frequentano i detenuti di Rebibbia: «Quelli del reparto di massima sicurezza, la cosiddetta sezione “fine pena mai” al cui interno è ambientato il film dei fratelli Taviani».

“Cesare deve morire” racconta la storia di un gruppo di detenuti che si prepara a interpretare sul palcoscenico la tragedia di Shakespeare “Giulio Cesare”. «Che non è una storia, perché lo abbiamo messo in scena davvero – spiega Francesca – I fratelli Taviani hanno visto un nostro spettacolo, “L’inferno” di Dante, e ci hanno chiesto di poter collaborare con loro per mettere in scena anche Shakespeare. Abbiamo quindi iniziato a lavorare sul testo, che è stato tradotto in diversi dialetti. E alla fine hanno deciso di farne un film».

I preparativi per lo spettacolo teatrale sono durati diversi mesi. «I Taviani venivano a supervisionare. E il 18 marzo siamo andati in scena con la prima teatrale, che poi è anche una parte del film». Le riprese vere e proprie sono durate invece quattro settimane. «Ed è stata un’esperienza bellissima. Prima di tutto perché dai fratelli Taviani ho ricevuto un sacco di complimenti, il che non può che far piacere e inorgoglire. Poi perché ho avuto l’onore di poter lavorare accanto a loro. Sono una potenza della natura. Sono attenti, forti e nonostante abbiamo ottant’anni e molta esperienza sulle spalle, si sono approcciati a questo lavoro con l’entusiasmo di due trentenni. Prima che arrivassero a Rebibbia per le riprese, ci siamo chiesti come avrebbero fatto a dirigere entrambi. Nel cinema e nel teatro la gerarchia è ben definita e ci sembrava impossibile potessero coordinare un lavoro del genere in due. Invece si sono divisi tutto il film, scena per scena, senza sgarrare».
Valentina Fumagalli

s.bartolini

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