Braccio di ferro sulla cava Ma oggi la zona è una discarica

Braccio di ferro sulla cava Ma oggi la zona è una discarica

VARESE Collinette qua e là, ricoperte di eternit e inerti, a tracciare i margini di una stradina sterrata e fangosa lunga qualche centinaio di metri, dove le buche in altezza misurano più o meno come la striscia percorribile in larghezza.

Benvenuti in val Bevera, porta d’accesso alla cava Nidoli. E non solo. Sarà quello anche l’ingresso del Plis, parco naturalistico in via d’istituzione con il Comune di Varese a fare da capofila. Più avanti, dribblando voragini e sacchi dell’immondizia abbandonati da chissà chi e chissà quando, tra il pantano onnipresente si apre una spianata. Si alza lo sguardo, ed eccolo, il fronte verticale della cava: una novantina di metri di pietra viva che danno a picco sulla valle.

Noi ci siamo andati, insieme al proprietario e promotore del progetto di escavazione contenuto nel piano regionale, Antonio Nidoli. «Vedete quelle collinette? Sono le aree rinaturalizzate come le intendono alcuni ambientalisti», dice: «Sono fatte di rifiuti, ma hanno lasciato crescere le sterpaglie così adesso sono inglobati nel terreno. Se prendessimo un badile potreste vedere con i vostri

occhi». Non ci abbiamo provato, ma non risulta difficile credergli. Immondizia, inerti, lana di vetro e pezzi di eternit sono un po’ ovunque anche in superficie, dove i rampicanti rinsecchiti ancora non se li sono inghiottiti. «Quando dicono che la cava è pericolosa per l’acqua dovrebbero pensare che i nuovi pozzi di Aspem sarebbero proprio qui sotto», commenta.

Altri due passi verso l’interno della valle, ed ecco spuntare sulla destra un ammasso di materiale edile recentemente scaricato e poi incendiato, proprio sotto i cavi della corrente sostenuti da un vecchio palo di legno. «Una telecamera all’ingresso della via c’è», spiega Nidoli, «ma è finta». Loro, le telecamere, le metterebbero di certo. Ma soprattutto, secondo loro l’escavazione programmata servirà anche a riparare i danni che hanno lasciato in eredità i precedenti proprietari, intervenuti negli anni Settanta. «Allora non c’erano regole, ma in trent’anni nessuno ci ha più messo mano e il risultato è qui da vedere. La nostra invece non sarà una cava classica, con un impatto pesante sul paesaggio e lavorazione sul posto. Partiremo dall’alto ricreando una pendenza di 45 gradi, scenderemo senza poter più risalire per cavare altro materiale e ripiantumeremo la vegetazione creando dei sentieri, fino ad arrivare alla base che è di 16 metri sopra le falde».

Le falde, appunto. Abbeverano i due terzi dell’acquedotto varesino, ma non sono a rischio, secondo Nidoli. Nel merito, ricorda la modifica del progetto originale aumentando l’altezza dello scavo dai 10 metri che erano, e riducendo al contempo l’escavazione da 1,5 milioni di metri cubi a 1,2 milioni. «Certo che io qui ci guadagno – afferma – la nostra è un’impresa e non mi sembra uno scandalo. Il problema è farlo in modo corretto, e qui è stato seguito scrupolosamente tutto l’iter. Dal 2004 abbiamo fatto non so quante modifiche per assecondare le giuste esigenze di tutti, tra l’altro al termine degli otto anni vogliamo dare tutta l’area riqualificata agli enti locali».

I comitati contrari all’intervento intanto mantengono le loro perplessità, che spiegheranno pubblicamente domani sera alle 21 nel salone estense del comune. «Bisogna capire che siamo davanti a un bivio – commenta Marco dalla Fiore – e gli amministratori regionali devono decidere se garantire il guadagno del singolo con rischi per tutti, o tutelare la collettività negando il guadagno al singolo».
Francesca Manfredi

s.bartolini

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