Nel reality di Garrone la vita diventa incubo

A Cannes si continua a parlare di “Reality”, il film di Matteo Garrone in gara per la Palma d’oro (e unico lavoro italiano in concorso). Un lavoro accolto con applausi ma anche con qualche critica, soprattutto di chi si aspettava un approccio più diretto al tema dei reality show. Il film ha portato alla ribalta Aniello Arena, il protagonista, detenuto al

penitenziario di Volterra e condannato all’ergastolo.«Ciascuno in un film vede quel che vuole – premette il cineasta, reso celebre da “Gomorra”, ispirato al romanzo di Roberto Saviano e vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2008 – Qualcuno l’ha criticato perché non è abbastanza di denuncia, ma il mio intento non era denunciare direttamente un certo tipo di televisione.

Garrone, quali erano le sue intenzioni quando ha iniziato a girare?
Volevo fare un piccolo film per uscire dall’impasse e dall’ansia da prestazione seguita al successo di “Gomorra” – continua il cineasta, 44 anni -. Volevo lavorare con leggerezza e ritrovare il piacere di fare cinema. Ero partito con una commedia, facendolo mi sono accorto della componente drammatica. Ogni spiegazione lo banalizzerebbe, priverebbe gli spettatori della libertà di trovarci ciò che sente, non ho spiegazioni univoche.

Come avete fatto per la casa del Grande Fratello?
La Endemol ci ha autorizzato a utilizzare i loghi. Abbiamo riarredato la casa perché dopo ogni edizione viene smontata. E per i partecipanti abbiamo fatto un casting secondo le tipologie dei concorrenti soliti.

v.fisogni

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