VARESE Donne colpite due volte: dalla crisi, che non offre occupazione e dalla carenza di servizi, che le costringe a lasciare il lavoro dopo aver avuto un figlio. Non è dunque solo la disoccupazione, ma anche un welfare che fa acqua da troppi buchi a non favorire il lavoro femminile. Le donne sono ancora costrette a scegliere tra maternità e lavoro.
«La maternità non è considerata un investimento sociale, ma un costo da caricare esclusivamente sulle donne», commenta Carmela Tascone, segretario generale della Cisl di Varese nel leggere l’elaborazione condotta dalla Cisl Lombardia sui dati forniti dalla Direzione regionale del ministero del Lavoro circa l’occupazione delle donne.
Il quadro non è roseo. Sono 4.468 le lavoratrici lombarde che nel 2011 hanno lasciato il lavoro nel primo anno di vita del figlio. Il 56% si sono licenziate per carenza di servizi e sostegni. Varese non ha i numeri complessivi di Milano, Brescia e Bergamo, ma è una delle sole tre province (insieme a Lecco e Como) che mostrano un leggero aumento delle dimissioni delle donne entro il primo anno di vita dell’erede: nel 2010 ci sono stati 313 casi, nel 2011 sono saliti a 336. Il settore più colpito? I servizi (150): quindi il commercio (108), l’industria (68), credito e assicurazioni (10).
Il dato settoriale del Varesotto è in controtendenza con quello regionale, dove si segnala un aumento dei casi nell’industria (1.030, +244) e nel credito-assicurativo (270, +105), mentre si registra un calo nel commercio e nei servizi (1.358, -289).
Conciliare famiglia e lavoro resta un problema sempre attuale, soprattutto per le donne tra i 26 e i 35 anni. Se non ci sono servizi o parenti in aiuto, se l’azienda non concede un part-time o un orario flessibile, ecco la scelta obbligata di chiudere col lavoro. «Oltre al dato quantitativo leggermente in crescita nel nostro territorio, c’è la necessità di mettere a fuoco la questione principale: la maternità da considerare un investimento sociale», insiste Carmela Tascone.
«Mancano gli asili nido, anche se potrebbe apparire un problema minore perché la crisi ha costretto molte lavoratrici a casa, con la conseguenza di tenere a casa i bimbi, anche per i costi spesso elevati del nido».
Il dramma è l’assenza di prospettive: «L’ulteriore riduzione del fondo delle politiche sociali farà aumentare i mancati servizi, mentre l’innalzamento dell’età pensionabile non consentirà di avere a disposizione i nonni, veri e propri ammortizzatori familiari», annota la leader della Cisl.
«Si dovranno mettere al centro gli aspetti contrattuali relativi alla conciliazione lavoro-famiglia: orari di lavoro, organizzazione del lavoro, tempi della città compatibili». Una scommessa da vincere, non solo da giocare.
Alessandra Pedroni
s.affolti
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