Varese-Verona per novemila  Sembra la notte della prima A

VARESE – Ora come allora. Lo stesso entusiasmo. L’uguale fede. I varesini che s’incendiano per il Varese, il Varese che li porta e si porta in serie A. Fu la prima volta: anno 1964. Noi primi, poi Cagliari e Foggia. Ci provò il Verona, che ci rende visita stasera nella semifinale d’andata dei playoff: era favorito, finì quinto. Ci togliemmo

lo sfizio di batterlo a casa sua, il giorno 24 d’un maggio simile a questo, caldi improvvisi tra piogge diffuse. Chissà che non porti buono, il ricorso storico. Anzi storicissimo: il ’64 ebbe il marchio dell’anno di grazia, vincemmo anche lo scudetto del basket, con l’Ignis che cominciava ad essere grande. E che cambierà nome, diventando la leggendaria Grande Ignis.

Il clima è quello. Evoca il protagonismo d’un allenatore uruguaiano a nome Ettore Puricelli detto Puri, d’un direttore tecnico ex milanista chiamato Toni Busini, di giocatori che marchiarono l’epopea biancorossa: tra gli altri (tra molti, indimenticabili altri) Traspedini e Pasquina, Spelta e Vetrano, Peo Maroso e Cicci Ossola. Ossola il capitano nell’avventura della A che avremmo iniziato pareggiando con l’Inter e battendo il Toro. Ossola l’emblema d’una nobiltà sportiva che ci distingueva e ci distingue ancora. Ossola a testimonianza, cari amici della passione pedatoria, d’un retaggio dorato che non ci rende inferiori a nessuno e che in circostanze come questa vale ricordare. Perché a leggere opinioni, ascoltare interviste, seguire pronostici e dar retta a sondaggi, sembra che contiamo zero. Che siamo arrivati qui per uno scherzo del fato, e ci sbatteranno fuori subito dalla quaterna semifinalista, e ringraziamo il cielo che c’è già andata di lusso.

Invece no. Invece la tradizione conta, eccome. Il passato ha un peso, e un fascino. L’anima popolare si tramanda da una generazione all’altra, in concreto. E ce ne ritroviamo felici detentori quando l’occasione chiama a raccolta. Questi sono i giorni dell’occasione, della chiamata, dell’anima d’antan che indossa il vestito moderno (la maglia tecnica del “dì d’incoeu”, chiosano gl’incanutiti habitué di Masnago). E che

dà perfino segno simbolico di sé, com’è stato chiaro osservando il disciplinato formicaio dei compratori del biglietto per stasera: una lunga fila da piazza del Podestà sino a piazza San Vittore, passando sotto la volta dell’Arco Mera. Cioè tra i luoghi simbolici della città, quelli dove si sono firmate le gesta civiche più importanti, e che hanno ospitato lo spartirsi delle emozioni più intense.

Non è vero che, come racconta chi ci conosce poco o per nulla, siamo incapaci d’emozionarci. Lo siamo. Ne abbiamo dato esempio dodici mesi fa: in più di novemila per Varese-Padova. Ne daremo prova stasera: in numero pari, se non superiore, per Varese-Verona. Siamo capaci d’emozionarci, e addirittura di manifestare senza sobrietà l’emozione. Di comunicarla, diffonderla, condividerla. Di trovare un’unità tra le tante diversità che ci differenziano. E ci fregiamo dell’orgoglio che non a tutti è concesso, al tempo di calciopoli e scommessopoli: tifare per un club che rispetta le regole, che non ha santi in paradiso, che non deve cancellare macchie dai colori sociali. Che è fiero di dover ringraziare solo se stesso. E i novemila che riempiranno le gradinate dello stadio, in una memorabile notte di festa.

Max Lodi

a.confalonieri

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