Roma, 29 nov. (TMNews) – Un nuovo ed eponimo libro fotografico con numerose immagini inedite e un documentario fiume di Martin Scorsese, “Living in the material world”: a dieci anni dalla scomparsa il mondo ricorda George Harrison, morto il 29 novembre del 2001 per un tumore cerebrale.
“The quiet one”, quello tranquillo: in sintesi, questo è il ritratto di Harrison, “il meno Beatle” del quartetto più famoso del mondo, l’uomo che aveva più volte definito la sua vita ai vertici dell’establishment musicale del pianeta “un inferno”. In effetti, George non aveva mai avuto molti motivi per ricordare
con troppo affetto i favolosi anni Sessanta. Schivo ed introverso, aveva sempre odiato cordialmente la vita on the road e le interminabili corse “da un aereo a una limousine, da una
limousine alla camera di un albergo, poi un’altra limousine fino
al palco per ricominciare il giro da capo”.
E nonostante il talento, George si era sempre trovato in inferiorità nei confronti di John Lennon e di Paul McCartney, che non solo erano geni e per di più prolifici, ma spesso lo trattavano con la condiscendenza di chi “ha sempre avuto due anni più di te”, come commentava lo stesso George.
La conseguenza pratica di tutto ciò era che a Harrison venivano concesse al massimo un paio di canzoni ogni album, e un tempo di lavorazione assai minore. Malgrado le limitazioni il suono della sua Rickenbacker 12 corde prima, e del sitar poi, erano comunque diventati uno dei marchi di fabbrica del gruppo.
Mgi
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