GAVIRATE Gavirate roccaforte dei Longobardi, la cui presenza e influenza si avvertono ancora oggi. «Gavirate – spiega Roberto Corbella, scrittore e storico locale – fu un centro amministrativo importante anche per il suo utilizzo come caposaldo difensivo». Sono due le costruzioni militari che i longobardi utilizzavano: il chiostro di Voltorre e una fortezza in località Armino. «Il campanile del Chiostro – afferma Corbella – non è altro che la vecchia torre longobarda, mentre tracce del muraglione originale sono rintracciabili sui muri esterni dove la disposizione a spina di pesce è tipica longobarda. Ad Armino dove si trovava il nucleo del villaggio, l’antica fortificazione sorgeva all’inizio della salita per Cocquio o dietro l’attuale chiesa». Una necropoli longobarda è stata rinvenuta su viale Verbano, sempre in località Armino, ai primi del Novecento ed è tuttora segnalata al pubblico. I longobardi hanno lasciato in eredità ai gaviratesi anche usanze e tradizioni. «Tradizioni – prosegue lo storico – che agli inizi del 1900 sopravvivevano ancora a Gavirate, come il non passare la scopa sui piedi di una giovinetta perché questo gesto le avrebbe
impedito di sposarsi oppure porre rami d’agrifoglio sull’uscio di casa per tenere lontano il malocchio». Anche il dialetto gaviratese ha subito influenze longobarde. «A partire dalla toponomastica – incalza – i nomi Bardello, Barza, Busto e Ronco ad esempio sono di derivazione longobarda, mentre molte parole ancora in uso in dialetto provengono dalla lingue longobarda come ad esempio sgurà (lavare con energia) o muchela (smettila)». Passando dalla storia al mito, a Gavirate circola anche una leggenda longobarda. «Arminio – racconta Corbella – era un artigiano abilissimo che fu rinchiuso nel Chiostro perché non voleva convertirsi al cristianesimo. Quando la regina Teodolinda venne a Gavirate a visitare le sue proprietà, Arminio la omaggiò di una scultura in argilla, la Pita d’Oro, che rappresentava la regina raffigurata come una chioccia. Teodolinda lo fece liberare e gliela commissionò in oro, regalandogli anche un casa fortificata al confine di Gavirate. Arminio segretamente aveva tenuto per sé una copia della Pita e leggenda narra che il suo tesoro sia tuttora nascosto proprio ad Armino, frazione che da lui ha preso il nome». Matteo Fontana
s.bartolini
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