R ischia di dissolversi la gran Cimberio che ha risvegliato dal torpore i varesini pigri, entusiasmato i fedelissimi e restituito alla città il sogno dello scudetto. Mancava da un sacco di tempo. Così tanto che, pur eliminati dalla finale per il titolo, abbiamo festeggiato in piazza gli sconfitti: era voglia di gioia condivisibile, e segno di riconoscenza cordiale. Cordiale vuol dire che viene dal cuore.
Ma proprio a proposito di cuore, in questi giorni siamo a cortissimo d’argomenti. Cuore inteso come anima di una squadra, e simbolo di un’appartenenza popolare. Quando veniamo a sapere dell’allenatore che sta per partire perché invogliato da un contratto sontuoso, e nonostante ne abbia uno in corso che sarebbe tenuto a rispettare; e siamo informati che le valigie verranno fatte dal giocatore-vetrina, forse dal capitano, e poi da altri ancora fino a un possibile stravolgimento del roster d’un anno fa; ecco, di fronte a una simile carovana, che cosa possiamo pensare del cuore sportivo? Che non esiste, che è una favola per i fanciulli, che è l’ingenua costruzione buona per riempire le gradinate d’un palasport.
Naturalmente per ciascun partente non mancano ragioni a suo sostegno. Ragioni professionali. Ragioni economiche. Ragioni che vengono definite di vita. Se vai dove i soldi ti cambiano l’esistere, è l’osservazione ricorrente, come si può rinunziare ai soldi? Già, i soldi. Sembrano tutto. Sono tutto. Dominano su tutto. Non uno degl’indiziati all’adieu che abbia detto: no, non
è vero, c’è dell’altro preferibile ai soldi. C’è, per dire, la storia, la tradizione, la leggenda d’una società che ha segnato un’epoca del basket italiano ed europeo: varrà pure il suo blasone, eserciterà un fascino il suo nome, produrrà un’attrazione l’insieme di scudetti e coppe conquistati? Pare di no. La dimensione affettiva dell’impegno sportivo vale zero. Vale il calcolo, l’interesse, il profitto.
Fare l’allenatore o il giocatore d’una squadra di basket non è un lavoro qualunque, cioè un lavoro come tanti altri lavori; è un lavoro speciale, privilegiato, gratificante. Ma se si deve mettere la firma sotto un contratto, allora diventa -salvo eroiche eccezioni- un semplice, anonimo, grigio mestiere. Diventa una questione di cifre e nulla di più. Diventa un rapporto freddo e distaccato.
E agl’infuocati di varesinità che issarono lo striscione con la scritta “Indimenticabili” e che ora ne levano un secondo chiamando Vitucci a rimanere, viene il sospetto che lo slogan entrato nel mito debba già uscirvi. “Impersonali”, non “Indimenticabili”.
O meglio: indimenticabili sì, impersonali pure. Protagonisti dell’impersonale indimenticabilità d’imprese che rifiutano la romanticheria; preferiscono il realismo, compresa la venalità mercenaria, se c’è l’occasione.
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