Un pezzo del Varese che ha fatto innamorare la città, non certo il primo e nemmeno l’ultimo, viene messo da parte.
Tocca a Stefano Bettinelli, un altro varesino doc giubilato senza salamelecchi. «Nel Varese ho giocato da ragazzo e allenato da adulto. Ho la maglia cucita sulla pelle. Non pensavo di trovarmi in questa situazione, dopo otto anni di dedizione alla causa: la vivo con tristezza ma l’accetto, fa parte del nostro lavoro da zingari. Oggi siamo qui, domani chissà».
Il Betti, però, si toglie più di un sassolino: «Ho capito tutto quando hanno esonerato Castori. Già quello fu un errore: non si caccia l’allenatore a cinque giornate dalla fine. Ma a quel punto, siccome non c’era più tempo, serviva uno che già bazzicasse l’ambiente e
sapesse dove mettere le mani: io conoscevo tutto e tutti, mi sentivo pronto, mi aspettavo la logica telefonata d’investitura. Invece chiamarono Agostinelli: un esterno che, infatti, non ha capito tante cose. La società in quel frangente non ha mai pensato a me, quindi non mi ha dimostrato fiducia: lì si è rotto qualcosa».
C’è di più: «Il settore giovanile è un fiore all’occhiello che va seguito con amore. Invece noi della Primavera ci siamo sentiti abbandonati fin dal raduno. Mai che qualcuno dei vertici societari si sia interessato: andazzo brutto, ma io ho sempre cercato di proteggere la squadra, di stimolare i ragazzi tenendo per me le inquietudini. E loro, i ragazzi, sono stati encomiabili: i risultati, sotto gli occhi di tutti, non sono manipolabili a piacimento per giustificare le scelte».
Il motivo, quindi? «Questo è il punto. Si sacrificano i valori al calcolo commerciale. Il vivaio è un ramo in cui investire, non una mucca da mungere. Aspettiamo gli esiti, vedremo se la sterzata è giusta e dove conduce».
Il sospetto, tornando a bomba, è che «i varesini diano fastidio. Forse scateniamo gelosie: qualcuno teme che facciamo ombra ad altri. Ma la verità è che nessuno di noi si è mai messo in vetrina: se la gente ci riconosce, si fida di noi, è perché ci siamo da sempre. I tifosi hanno bisogno di punti fermi in cui identificarsi, specie nei club di provincia: se glieli togli raffreddi l’ambiente, accantoni l’identità. Diranno che abbiamo fatto il nostro tempo, che bisognava cambiare: accetto, ma non condivido».
Bettinelli gonfia il petto senza alzare la voce, le sue parole non hanno toni velenosi né minacciosi. Dietro a quello che dice non c’è nulla che non sia semplicemente lui: è fatto così, dice quello che pensa. «Credo di aver dato tanto al Varese in questi anni. Ho lavorato e imparato accanto a Sannino e Maran, della mia militanza sono orgoglioso. E ho la coscienza a posto, perché non sono mai sceso a compromessi: non credo a chi sostiene che nel calcio siano inevitabili».
E adesso? «Vado a correre per rilassarmi, sono disoccupato e aspetto. Ho diversi contatti con società di Lega Pro, vicine e lontane da Varese: preferirei non muovermi troppo, ma dipenderà dalla serietà del progetto e delle persone. Sto valutando tutto: è una scelta cruciale per il mio futuro, non la posso sbagliare. Basta giovanili, mi sento all’altezza di una panchina vera. Forse pecco di presunzione, ma penso di essere diventato un bravo tecnico. Anche se non ho sponsor che mi spalleggiano e non sono disposto a pagare per allenare, come a volte succede. Io alleno per passione, non per soldi».
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