Varese, lavori sempre più precari Diecimila contratti da un giorno

Varese, lavori sempre più precari Diecimila contratti da un giorno

Varese– Lavoro, cresce soltanto quello precario. Nella giornata nazionale di ieri contro la precarietà, la Cgil di Varese evidenzia una realtà provinciale drammatica con un 2011 che si è chiuso all’insegna dell’occupazione instabile: «quasi diecimila contratti, ma della durata di un singolo giorno. Tradotti in posti di lavoro stabili, possiamo parlare di meno di quaranta», semplifica Francesco Vazzana, segretario generale della Nidil (Nuove identità di lavoro) di Varese.

Le cessazioni dei rapporti di lavoro (104.962) sono state più degli avviamenti (102.186) e l’anno appena iniziato non mostra certo il volto della speranza. «I contratti parasubordinati e intermittenti sono le uniche tipologie contrattuali con un saldo positivo nel 2011 tra cessazioni e avviamenti (7.698 gli intermittenti in entrata, 6.619 quelli in uscita; 8.516 i contratti parasubordinati avviati e 8.352 quelli chiusi), a dimostrazione delle flessibilità già abbondantemente presenti nel nostro mercato del lavoro». Preoccupante anche il dato «quasi trascurabile», annota Vazzana, del ricorso all’apprendistato, fermo al 2,9 %. Molto utilizzati invece i contratti a tempo determinato (oltre il 60%), di cui il 30% somministrati e il 10% di una sola giornata. In compenso, i 19.922 assunti a tempo indeterminato equivalgono soltanto al 20% di chi può asserire di avere davvero un’occupazione.

La flessibilità del mondo del lavoro in provincia di Varese è insomma sinonimo di precarietà: sono donne e uomini “invisibili” costretti a dimenticare diritti e rimostranze e a misurarsi semmai con lavoro nero e sommerso. «Basti pensare ai lavoratori a chiamata ad esempio, tipologia alla quale la Cgil si oppone da sempre – ricorda Vazzana – molto spesso non viene compilato il libro presenze e chi lavora una giornata magari dietro al banco di un bar, viene poi pagato in nero. Abbiamo casi di lavoratori a chiamata con 20 ore di lavoro al mese. Eppure loro avrebbero un contratto collettivo di riferimento che li tutela».

Il quadro è desolante. «E la riforma del mercato del lavoro non dà risposte alla precarietà», evidenzia Franco Stasi, segretario generale della Cgil di Varese.

Quarantasei le tipologie di contratti, «alcune addirittura inapplicabili»; un esercito di lavoratori giovani e meno giovani ultraflessibili, ma non per questo meglio pagati o valorizzati. Anzi, assolutamente mai tutelati. Anche quando perdono il lavoro rimangono soli, senza alcun ammortizzatore sociale a far loro da paracadute. Ironia della sorte, con l’introduzione dell’Aspi (prevista dalla riforma Fornero) che imporrà un aumento della contribuzione per tutte le tipologie di contratti «collaboratori, parasubordinati e precari verseranno contributi di cui non potranno neanche usufruire e che serviranno a pagare le tutele dei contratti più garantiti», evidenzia Vazzana.

Da qui riparte la Cgil. Dalla riconquista della dignità di ogni lavoro. «Non ci sono solo le grandi fabbriche. Piuttosto l’attività di frontiera di Nidil che chiama la politica a dare risposte ancora assenti. Oltre al rigore, dove è la lotta al precarietà nella riforma del lavoro?» punge Stasi.
Alessandra Pedroni

 

p.rossetti

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